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La battaglia di una donna magistrato nel nome della giustizia

11/12/2011



Verità e Giustizia. Perché non esiste Giustizia, senza Verità. E se la ricerca della Verità è accompagnata da lunghi, interminabili anni di silenzio e di boicottaggio della realtà, con l’evidenza dei fatti negata, il delicato lavoro di chi ricostruisce anche i singoli eventi e le testimonianze per dare un nome all’ingiustizia e una dignità a chi ne è stato vittima, diventa missione e impegno morale e civile.
Il peso di questo impegno, la forza della storia sulla negazione, le difficoltà che si trasformano in energia: tutto questo è nel bellissimo libro di Silvana Arbia, lucana, originaria di Senise, oggi a Capo della Cancelleria della Corte Penale Internazionale dell’Aja. Più volte Lasiritide.it ha parlato di lei e con lei; della figura di questa donna che mostra dolcezza e caparbietà al tempo stesso, che parla ai giovani utilizzando gli strumenti dell’esperienza, del coraggio, della sete di giustizia e di un lavoro raccontato come un meraviglioso progetto. Quella di Silvana Arbia è una storia che comincia in un paese della provincia meridionale degli anni Cinquanta, “non lontano dalla Eboli di Carlo Levi”; a Senise, appunto, in un’epoca e in un contesto in cui non era facile la vita delle donne; in un’epoca e in un contesto in cui c’era molta povertà e i bambini, che vivevano in questa povertà, erano costretti a lavorare sotto padrone, nei campi, a badare alle pecore come piccoli pastori.
In questo luogo gli occhi “privilegiati” sono quelli di chi sa cogliere con precisione e con amore per la verità le sfumature di una società che non considera giusta, in cui, spesso, a farla da padrona sono le dinamiche dello sfruttamento, del silenzio e della coscienza che tace. Nasce lì la voglia di conoscere per combattere contro le prevaricazioni; e di farlo nonostante “le persone che cercavamo di convincermi a desistere dai miei obiettivi”, come scrive l’autrice. Parole che “mi esortavano ad impegnarmi ancora di più”, perchè "L'essere umano ha bisogno di sfide". Tutto l’impegno, lo studio, la passione nei confronti della verità e della giustizia, la voglia di costruire un futuro importante hanno portato Silvana Arbia a diventare la donna che è adesso. Spronata dalla madre prima e dalla sorella tuttora, alle quali lei stessa dedica il suo libro, nel quale viene raccontato quel coraggio e quella stessa sete di giustizia.
“Mentre il mondo stava a guardare”, edito da Mondatori, sarà presentato anche a Senise, il prossimo 27 dicembre. Ciò che il mondo resta a guardare è la tragedia del Ruanda; il genocidio che nel 1994 vide perire in pochissimo tempo oltre un milione di persone, nella maggioranza dei casi Tutsi. Una tragedia di cui ancora oggi, nonostante le responsabilità riconosciute, l’Occidente continua a ignorare molti aspetti, come se quel dramma non riguardasse l’Europa o il resto del mondo.
Silvana Arbia lavora per molti anni presso il Tribunale penale internazionale del Ruanda, dove fino al 2008 ricopre la carica prima di procuratore e poi di chief of prosecutions.
Il libro è un viaggio nelle tenebre più atroci della storia ruandese di quel periodo. Sono tenebre che diventano, se possibile, ancora più oscure quando nella storia subentrano le figure dei carnefici; figure che l’Occidente sordo e cieco considererebbe insospettabili per il ruolo che ricoprono. Ma che, forse, non bastano ancora per comprendere e trasmettere il vero, grande dramma di ciò che è accaduto. E’ il caso di Athanese Seromba, sacerdote cattolico, congolese, che nel 2002 si era spontaneamente costituito per dimostrare la sua innocenza. Ma si scoprì che “l’unico punto su cui non aveva mentito era la sua professione”. Aveva mentito su tutto, persino sul nome. Nel 1994 si trovava presso la parrocchia di Nyange, a Kibuye. Era il responsabile di quella chiesa, nella quale morirono centinaia di persone (oltre 1500) uomini, donne, bambini, che proprio in quel luogo cercavano un rifugio. E che invece trovarono la morte, con il benestare del sacerdote e, anzi, con la sua complicità. La sua storia e quella di Pauline Nyiramasuhuko, all’epoca Ministro della Famiglia, prima donna ad essere accusata di genocidio e di altre tante altre figure, contribuiscono a ricostruire il puzzle della ricerca della verità e della giustizia. Un lavoro difficile e puntuale, in cui nulla deve essere tralasciato, perché “ogni fascicolo custodisce la caduta di un essere umano, ma anche una traccia da seguire che può condurre molto lontano”. “Come un cercatore d’oro- scrive l’autrice- setacciavo febbrilmente fatti, eventi e testimonianze, alla ricerca della verità”.
Un racconto che ha in sé la “violenza” di un pugno nello stomaco ma che è, forse proprio per questo, un’imperdibile occasione per conoscere una storia troppo a lungo ignorata.
Troppo a lungo celata.

Mariapaola Vergallito
Lasiritide.it



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