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GERRESHEIM, Cronaca di un’Italia diversa: viaggio nell’Italian Town tedesca

5/10/2011



"Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti".
Forse basterebbero solo queste poche ma intense righe impresse da Cesare Pavese nell’opera “La luna e i falò”, per descrivere ciò che si sente nel cuore, passeggiando tra le fredde e austere strade di Gerresheim, a pochi chilometri dal centro di Düsseldorf. O forse no. Può darsi che qui anche le parole iniziano a perdere il loro valore, diventano vane, insignificanti, effimere. Bisognerebbe vestirsi dell’innocenza di un bambino e cogliere con il proprio sguardo, nel silenzio, le immagini, le espressioni, i volti dei passanti. Agendo così, come in una sorta di misticismo profano,si inizia inevitabilmente ad imprimere nella propria mente le impressioni, i moti e i colori delle facce stanche e affaticate di questa gente; volti chiari che sembrano schiacciati dalle tante avversità, ma che preservano, immutata, una rara genuinità che risplende negli occhi di chi li vede, come il sole caldo del sud. Essi amano vivere nell’ombra, schivando in ogni modo l’esibizionismo. Godono del silenzio, ma non della solitudine. Amano la propria terra, ma sanno vivere benissimo anche altrove.
Si tratta dei tanti italiani, e soprattutto lucani, che vivono a Gerresheim, quartiere (Stadtteil) della città tedesca di Düsseldorf, appartenente al distretto 7. Una vera “Italia Town tedesca”.
Qui, l’aria è cupa, plumbea , gelida , tanto da screpolarle le labbra, e il sole, quasi per marcare la differenza con la lontana Italia, sembra non voler uscire mai, nascondendosi dietro la torbidità delle nuvole. Passando dinnanzi alle vetrine dei tanti locali (quasi sempre addobbati con tricolori), si viene colpiti dall’odore squisito e familiare della pizza o degli spaghetti, che fa volare con la mente, facendo magari immaginare di essere a Napoli, Milano, o in una delle città del Bel Paese. Invece no; è solo un’illusione. Alzando lo sguardo verso le case si rimane colpiti da una cosa straordinaria, a dir poco unica: bandiere italiane e tedesche unite a sventolare insieme, in segno di amore e di fratellanza. Un gesto unico, sorprendente, indicibile. Qui sembra essere tornati nella biblica Sennaar e Babele sembra essere crollata totalmente: nessuna barriera, nessun pregiudizio, nessun diffidenza... Qui, si respira la vera Europa, quella che sognavano i nostri padri, da Adenauer a Schuman fino a De Gasperi.
Tra le modeste case di Gerresheim, spicca una torre altissima, sormontata da una scritta a caratteri piuttosto grandi: “Glashütte”. Appena al di sotto del logo, vi è un leone coronato che tiene stretta in pugno una spada. In quell’emblema, che agli occhi dei più potrebbe sembrare una comune pubblicità, è racchiusa la storia di un intero quartiere, il vissuto di un’intera città. Ma soprattutto quel vessillo racchiude le fatiche, i sudori e le speranze di tantissimi nostri connazionali.
Per raccontare questa storia, bisogna fare un passo indietro nel tempo, almeno di cinquant’anni. Un salto pindarico che ci riporti alla seconda metà degli anni cinquanta. Allora, la situazione politica dei due paesi era sicuramente diversa: la Germania era divisa in due blocchi dal muro di Berlino e l’Italia democristiana si stava risollevando, pur continuando a subire l’eterna piaga della disoccupazione e dell’emigrazione. Molti italiani, proprio in quel periodo, fecero le valige e fortemente amareggiati, lasciarono la loro terra, cercando di fare fortuna altrove. In pochi anni, le fabbriche tedesche si riempirono di operai italiani, in particolare meridionali, spesso emarginati e disprezzati. Tra queste, vi era appunto la“Glashütte”, nota fabbrica di vetro, che ha chiuso definitivamente i battenti nel 2005.
Qui, per secoli, si sono succeduti tantissimi italiani come operai, che a Gerresheim si sono stabilizzati definitivamente e continuano ancora oggi a vivere. Hanno fatto del quartiere tedesco la loro nuova dimora, il loro nuovo nido. L’Italia per loro è un ricordo lontano, dell’infanzia … Nella capitale del Nordreno-Vestfalia alcune stime contano addirittura circa seimila italiani.
Oggi della Glashütte, escludendo la mastodontica torre, non è rimasto più nulla. La fabbrica è stata smantellata, il quartiere “bonificato” ed anche i ricordi di chi ci ha lavorato, trascorrendo tra quei macchinari la sua esistenza, sono stati gettati nell’oblio. Lo stabilimento ormai non esiste più e sembra che non sia mai esistito. Nonostante tutto gli italiani, discendenti di emigranti, qui sono tanti e, investendo soprattutto nella gastronomia (riprendendo la culinaria italiana), hanno costituito una comunità ingente, integrata e piuttosto organica.
Ed è appunto per sottolineare l’importanza di questa grande integrazione e per commemorare i cinquant’anni da quando il primo italiano giunse a Gherresheim, che nel 2006, il Dott. Pasquale Iuliano, rinomato ingegnere ed economista e il sig. Gunther Philipps, decidono di costituire un comitato a doppia rappresentanza, che organizzi ogni anno un evento che unisca italiani e tedeschi nel segno dell’amicizia. La risposta è subito grande e la manifestazione raggiunge, in poco tempo, dimensioni mastodontiche.
Il JAHRIGES JUBILAUM Dussedolf feiert und wurdigt die dutsch-italianische” (la festa dell’amicizia italo tedesca), come è stato chiamato l’evento, quest’anno, è giunto alla sua quinta edizione con grande successo, raggiungendo circa 15 mila partecipanti. L’emozione è stata grande … In dodici ore di concerto sono state riproposte le canzoni che hanno fatto la storia dell’Italia e della Germania. Tutto in sintonia e grande armonia.
Una celebrazione religiosa congiunta tra cattolici e protestanti ha inaugurato, in questa quinta edizione, la manifestazione, caratterizzata da musica, canti ed esposizioni enogastronomiche tipiche. Uno degli spettacoli più apprezzati è stato quello di Ricardo Marinello, celebre tenore di origine italiana, che ha sottolineato l’importanza della musica come mezzo di unione tra i popoli. Grande successo ha avuto poi la performance di musica popolare offerta dalla delegazione di giovani musicisti giunti da Terranova, ospitati dai F.lli Genovese, proprietari del “bistro Terranova”, vero punto di riferimento per gli italo tedeschi.

L’emozione è stata inevitabilmente immensa, tanto per gli italiani, quanto per i tedeschi. Ma in mezzo a quella folla, più che la musica, un ruolo importante lo hanno avuto le espressioni e i volti. Le impressioni degli emigranti che per un istante hanno messo da parte il dolore della fatica, per ricordare con amore e nostalgia la propria terra, che seppur lontana non li ha dimenticati.
Così, passeggiando tra quelle strade fredde e austere, ci si accorge di come questo modesto quartiere di Dusseldorf sia diventato un vero crogiuolo degli dei, dove italiani, tedeschi e non solo vivono in eterna stima e fratellanza.
Esiste dunque un’altra Italia, un’Italia lontana e diversa. Un’ Italia di cui essere fieri, emblema di fratellanza e tolleranza, in un mondo dove xenofobia e razzismo sono all’ordine del giorno. Per un momento, qui, si perde la propria identità, diventando cosmopoliti, cittadini del mondo.
Il rispetto della propria identità e il legame inscindibile con la propria terra, dunque, si mischiano a un profondo senso di tolleranza e di stima e così, anche per i nostri cari concittadini che da tempo vivono lì, il mondo diventa paese, perché per concludere sempre con la saggezza di Cesare Pavese: "Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono,ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga qualcosa di più che un comune giro di stagione." (clicca per vedere)


Dal nostro inviato Mario Golia




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