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| Foto di classe, ma la bimba disabile non c'è |
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29/09/2011 |
| La storia che stiamo per raccontare è stata segnalata da una lettrice, che ha deciso di rivolgersi alla Siritide per portare la vicenda di cui parleremo come esempio di singoli casi in cui anche solo un atto di superficialità porta ad un’occasione mancata di integrazione. E proprio perché crediamo nella forza di questa storia, al di là del luogo nella quale è avvenuta e, soprattutto, per tutelare in primis il minore coinvolto, abbiamo deciso di mantenerne l’anonimato. Siamo in una scuola dell’obbligo dell’area sud. Quinta elementare. A fine ciclo scolastico a tutti i ragazzi viene regalata una cornice con una piccola foto ricordo. Ci sono tutte le insegnanti, anche quelle che hanno lasciato ricordi importanti nonostante non fossero più in quella classe. Ma in quella classe, da un anno, c’è anche una bambina disabile, affetta da sindrome di down aggravata da diverse altre patologie. Anche lei (che qui chiameremo Francesca) quel giorno porta a casa la fotografia, che i genitori conservano in ricordo dell’esperienza scolastica della bambina. Passa l’estate. Il nuovo anno scolastico è appena cominciato e Francesca ora frequenta la prima media. Un giorno, prima la mamma e poi la sorella maggiore di Francesca vengono, però, a scoprire che la foto regalata alla bambina è diversa da quella donata a tutti gli altri. Sembra sia stato proprio un coetaneo di Francesca a farlo notare. E’ la sorella ad accertarsi della differenza e a portarci entrambe le foto. Effettivamente le grandi differenze sono due: dove c’è Francesca ci sono anche tutti gli altri; ma dove Francesca non c’è tutti gli altri (alunni e insegnanti) sono in posa, sorridenti, “disciplinati” e visibili, come in tutte le foto di gruppo del mondo. La sorella della bambina, non senza mortificazione, racconta la rabbia che ha provato vedendo le due fotografie. “Perché- dice- mia sorella non riesce neanche a guardarla la fotografia ma, mi chiedo, quale insegnamento viene dato a tutti gli altri bambini, che avranno come ricordo un gruppo in cui mia sorella non c’è?” L’impressione della ragazza racconta di “uno scatto improvvisato, realizzato per far vedere bene Francesca. E tutti gli altri? A monte, forse, si era pensato di differenziare le foto oppure la foto con la bambina era stata fatta in un secondo momento, dopo aver scattato quella venuta bene? E, se così è stato, non sarebbe stato più giusto , per tutti i bambini, regalare la foto dove davvero c’erano tutti, al di là della bellezza dello scatto?” Ora tutti quei bambini non avranno alcun ricordo di Francesca nella loro bella foto di gruppo, simbolo imperfetto e incompiuto di un insegnamento di integrazione.
Nelle due foto in questione comparivano tutte le insegnanti. Tutte, anche quella di sostegno, sia nella foto con Francesca che nell’altra. E, visto che una di loro era assente il giorno della foto venuta bene, al fotografo è stato chiesto di modificare l’immagine con un fotomontaggio. Alla domanda sul perché non sia stata fatta la stessa cosa per Francesca (anche lei assente quel giorno per una terapia, come quasi tutti i venerdi) le insegnanti ci hanno risposto che “a detta del fotografo l’immagine della bambina non sarebbe venuta bene”. Al fotografo non possiamo chiedere perché le insegnanti ci hanno detto di essersi rivolte fuori regione. Ma, oltre a questo, a noi preme conoscere e dare spazio al giusto contraddittorio. “La fotografia di Francesca- precisano le insegnanti- è stata scattata prima e non dopo l’altra foto di gruppo. Quando abbiamo visto il risultato, però, ci siano accorte che molti bimbi erano nascosti dagli altri e che non era una bella foto perché molti non erano visibili. Avevamo deciso di regalare la foto ai ragazzi per una ricorrenza particolare, quasi a fine anno scolastico, ma non c’era più tempo. In tutta fretta, pochi giorni prima, abbiamo realizzato l’altra foto. Quel giorno Francesca non c’era. Ma, visto che lei era venuta bene nella precedente, pensando solo al ricordo che ne avrebbe avuto la famiglia, abbiamo deciso di mantenerle entrambe, con un fotomontaggio per comprendere una insegnante e non Francesca, perché c’era stato detto dal fotografo che la sua immagine non sarebbe venuta bene”.
“Ci scusiamo- continuano le insegnanti- se forse abbiamo agito con superficialità, ma non lo abbiamo fatto con cattiveria e con malafede. Nei confronti di Francesca e non solo abbiamo sempre fatto di tutto per favorire l’integrazione, lavorando con lei e con gli altri bambini, inserendola nelle recite e cercando sempre l’integrazione, nonostante le difficoltà”.
Anche alla sorella di Francesca vengono fatte le scuse. Lei le ascolta ma resta ferma nel voler raccontare la sua storia. “Perché- dice- in altre circostanze, in tutti questi anni, altre piccole dimenticanze o superficialità ritenute tali da molti, possono pesare come macigni da chi convive da sempre e quotidianamente con la voglia di regalare normalità a chi non è considerato tale. Se fosse stata scelta solo la foto venuta meglio, mettendo una croce sopra il fatto che mia sorella quel giorno era assente, forse sarebbe stato diverso. Ma non è bello sapere che, potenzialmente, mia sorella rivedrà nella sua foto tutti i suoi compagni e nessuno dei compagni rivedrà mia sorella”. E, alla fine, c’è il dilemma di quando la stampa debba fermarsi se è possibile risolvere le questioni privatamente chiedendo perdono di un errore commesso. Ma, con tutta onestà e, vista il forte esempio che questa storia porta con sé, crediamo non sia questo il caso.
Mariapaola Vergallito
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Non con i miei soldi. Non con i nostri soldidi don Marcello CozziParlare di pace in tempi di guerra è necessario, ma è tardi.
Non bisogna aspettare una guerra per parlarne. Bisogna farlo prima.
Bisogna farlo quando nessuno parla delle tante guerre dimenticate dall'Africa al Medio Oriente, quando si costruiscono mondi e società sulle logiche tiranniche di un mercato che scarta popoli interi dalla tavola dello sviluppo imbandita solo per pochi frammenti di umanità; bisogna farlo quando la “frusta del denaro”, come ...-->continua
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