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Industrie post sisma da recuperare

26/08/2011



Un patrimonio dimenticato. E da salvare. Dopo anni di denunce sul «maltolto» da restituire e sul recupero di capannoni industriali abbandonati, Pietro Simonetti, presidente del centro studi e ricerche economico-sociali, torna ad occuparsi delle aziende del post terremoto rendendo noto un lavoro di ricerca durato tanti mesi.

Il dato relativo al livello occupazionale attuale nelle aree terremotate lucane è di 1.846 lavoratori diretti contro una previsione di 6062 posti di lavoro finanziati. Delle 107 aziende finanziate ne rimangono 67. Occorre dire che alcune aziende, tra quelle fallite o che non hanno mai aperto (circa 30) sono state riassegnate oppure occupate.
Al momento, in Basilicata ci sono circa 100 capannoni, o strutture similari, di cui una ventina finanziati dalla legge 219/81 e i restanti dalla legge 488/92 e dalla 64/74 non utilizzate o utilizzate parzialmente.

Scorrendo l’elenco delle aziende - secondo quanto rileva Simonetti - emergono situazioni di spreco e di scarsissimo utilizzo. Signicativi sono i casi della ex Abl di Balvano, 17.000 metri quadrati, ora 0 dipendenti, oppure la ex Ets di Tito, che occupava 250 lavoratori, adesso 22, l’incubatore di Sviluppo Basilicata 0 dipendenti. Molte aziende sono da anni in gestione fallimentare o sono state svuotate degli impianti. Si tratta - sottolinea Simonetti - di un enorme patrimonio di immobili e infrastrutture sprecato e non sostenuto da politiche industriali degne di questo nome. Anche la recente riassegnazione di suoli e strutture è fallita in uno con i bandi di reindustrializzazione.

La valutazione sugli esiti delle politiche industriali del post-terremoto comporta l’analisi di uno scenario che vede l’industria manifatturiera italiana, in particolare quella del Mezzogiorno, in una fase di difficoltà ma anche di forte ristrutturazione di processo e di prodotto. Mentre nelle altre aree italiane, in particolare del centro-nord, la caduta demografica viene compensata dai flussi migratori in entrata, anche con il contributo di una quota di giovani provenienti dal Mezzogiorno, nelle zone interne i flussi migratori dall’estero sono di passaggio e sostanzialmente legati per un terzo ai lavori di cura degli assistenti domestici.

In Basilicata, su 42.000 lavoratori attualmente presenti (di cui l’80% in nero) la quota delle assistenti domestiche corrisponde a un dato più alto (circa la metà). Tale situazione reclama con forza - spiega Simonetti - l’esigenza di un piano di ripopolamento, anche per riutilizzare le case sfitte dei centri storici dei piccoli comuni e per dotare di forza lavoro settori come quello agro-alimentare, quello delle costruzioni e dei servizi. Qui occorre creare - dice Simonetti - uno strumento ad hoc: un’ agenzia di scopo che gestisca l’org anizzazione dei flussi in entrata anche mediante accordi con i paesi terzi a partire da quelli rivieraschi del Mediterraneo.In questo momento in Italia ci sono 20.000 profughi richiedenti asilo, in Basilicata, nelle ultime settimane sono ospitati oltre 300 persone. La centralizzazione dell’intervento, attraverso la mano pubblica, le associazioni e le parti sociali - dice Simonetti - diventa essenziale per l’attuazione di un tale progetto che dovrebbe anche provvedere alla formazione professionale e misure per il riutilizzo, la manutenzione delle case sfitte degli enti che si occupano delle politiche abitative.

L’accorpamento dei comuni sotto i mille abitanti reclama politiche adequate. In Basilicata ci sono 4.500 lavoratori espulsi del sistema produttivo o attualmente in cassa integrazione, la maggior parte in deroga. Inoltre ci sono circa 800 precari che utilizzano le risorse del Fse per attività di sostegno scolastico. Ed ancora, circa 6.000 lavoratori che utilizzano i fondi regionali e quelli del petrolio per le attività di forestazione e manutenzione ambientale. Solo in questi segmenti lavorativi abbiamo quindi oltre 10.000 lavoratori che a fronte di una proposta di riuso dei siti manifatturieri inutilizzati, la manutenzione e la salvaguardia ambientale, le attività di ricerca e di sviluppo, la qualificazione del sistema formativo e scolastico possono, insieme ai disoccupati, ai neo-laureati e ai diplomati, ai migranti, possono diventare il motore per sostenere una piattaforma programmatica per un modello di sviluppo diverso. Il quadro di riferimento finanziario può senz’altro essere quello del programma operativo regionale 2013-20, oltre alla coda di quello in scadenza. Tutto ciò anche per verificare la credibilità del Piano Sud, di cui parla il Governo. In proposito - conclude Simonetti - si potrebbe proporre che, uno dei cinque centri di ricerca e sviluppo previsti nel piano, sia allocato nell’a re a interna della Basilicata e della Campania, coinvolgendo anche le aree terremotate.


la gazzetta del mezzogiorno



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