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Chiaromonte: alla ricerca del soldato perduto

20/08/2011



Anche Chiaromonte ha il suo milite ignoto. Ma non si tratta di un soldato senza nome, simbolo delle vittime delle guerre. E’ un soldato portato via dal fascismo, negli anni Venti. Perché come tutti i paesi, anche Chiaromonte ha il suo monumento ai caduti. Ma, come in pochi altri paesi, qui il monumento è stato censurato dal regime. C’è una mamma straziata, con il volto tra le mani; davanti a lei c’è il suo piccolo bambino, che porta tra le braccia una palma in segno di pace. A terra, nel bozzetto originario, compariva anche il corpo senza vita dell’uomo, che prima di essere soldato, era padre e marito; un elmetto ed un fucile, posati accanto. Il regime cancellò anche l’epigrafe originaria: “le spoglie eroiche addita la dolente madre alla novella età che arreca la palma per consacrare il martirio e auspicare la pace”. Troppo, per la propaganda fascista, che raccontava la guerra come gloria e non come tragedia. Chiaromonte si è riunita intorno al suo monumento ai caduti, appena restaurato, ma ancora mutilato. Ha restituito l’epigrafe originaria, che ora è stata collocata su di una piastrella, realizzata da Antonio Zullo. “Abbiamo restituito questo luogo- ha detto il sindaco Antonio Vozzi- e ne riconosciamo il valore storico. A breve sarà riqualificata anche l’area circostante”. I lavori rientrano nei fondi del Programma Speciale Senisese: circa 333mila euro che nell’estate del 2008 furono assegnati a ciascuno dei 15 Comuni dell’area e che Chiaromonte (con l’allora sindaco Luigi Viola) destinò alla riqualificazione del monumento e dell’area. L’attuale sindaco Vozzi ha ringraziato chi, nei diversi ruoli, ha contribuito a realizzare l’opera. Tra le altre cose nel giardino nel quale si trova il monumento, che offre un panorama invidiabile sulle due valli del Sinni e del Serrapotamo, è stato posto un pannello raffigurante il territorio dell’antica contea di Chiaromonte, realizzato da Carlo Calza e Franchino Ricciardi, in collaborazione con Giovanni Percoco, Franco Elefante e altri studiosi del luogo. “Perché- come ha spiegato Calza- conoscere la nostra storia vuol dire amare il nostro paese e il nostro territorio”. Chissà, forse qualcuno, magari uno scultore, può prendere a cuore la storia del soldato morto. E può restituire un padre ad un figlio ed un marito ad una donna. E ad un’intera comunità il simbolo dell’idea universale della libertà contro tutte le guerre. E contro ogni censura.

Mariapaola Vergallito











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