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| Il Dna della Terra si trova in Basilicata |
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7/08/2011 |
| No «Coast to coast», ma «Step after step»! Non da costa a costa, ma forse passo dopo passo è la maniera migliore per gustare la Basilicata. Che non sarà da bere come Milano, secondo il vecchio tormentone pubblicitario dell’amaro Cynar, ma è sicuramente da assaggiare in tutte le sue svariate stratificazioni di ere geologiche e di antichi e, spesso, misteriosi esseri viventi che l’hanno abitata. Innesti organici in stratificazioni di ceneri e sedimenti, spicchi di vite estinte e rinate, dopo millenni di sepoltura, sottoforma di fossili, a scrivere il dna di una terra che per gli uomini, chissà perché, è stata fondamentalmente di passaggio, nonostante le ere geologiche e paleontologiche, in Basilicata, si siano sedimentate più che altrove. Passo dopo passo, è infatti il ritmo e la maniera con la quale questa regione è studiata e analizzata (e visitata) da geologi delle università di mezzo mondo accademico, compreso quello lucano, tutti a cercare di capire cosa abbia nascosto qui, tra argille arse, montagne verdeggianti e spiagge sabbiose, Gea l’antica Madre Terra dei greci dell’Ellade.
«Notarchirico è un geosito di grande interesse paleontologico, perché si rinvengono numerosi resti litici e ossei di Palaeoloxodon antiquus. Inoltre, nello stesso sito, è stato rinvenuto un femore umano datato 360.000 anni». Alla domanda su quali interessanti siti conservi tra le sue complesse orografie la Basilicata, Mario Bentivenga, geologo ricercatore dell’università lucana, ha pensato subito alla Lucy d’Italia e all’interessante area del Vulture, con il sito geologico di Venosa, ricco di frammenti di migliaia di anni di vita, e non solo del femore dell’ominide più antica della Penisola. E ha sicuramente visitato passo dopo passo la Basilicata. Lo ha fatto per ragioni professionali, ma, confessa alla Gazzetta, durante un convegno sui geositi lucani, anche per «un amore viscerale verso una terra che è capace di mostrare la sua grande geo-diversità non solo sotto il suo importante aspetto scientifico, ma anche con panorami unici». Ma cosa è un geosito e come mai questa regione ne ha tantissimi?
La domanda è inevitabile al professore che nel 1998 propose di realizzare il Parco dei calanchi tra le aride balze e le lunari biancane di argilla che occupa il cuore geografico e romantico di questa regione. Quella stessa materia della quale sono fatti imattoni delle case con gli occhi di Aliano, il paese del confino di Carlo Levi, ma anche il paese attorno al quale ruota quest’anima biancastra e stepposa della Basilicata e che più degli altri, forse imitato solo da Craco vecchia, sembra al contempo, un geosito di se stesso, un sedimento naturale, più che un agglomerato umano.
«Il geosito è una località a sviluppo areale, lineare o puntuale da preservare, dove è possibile osservare delle peculiarità geologiche. La parte meridionale della catena appenninica è caratterizzata da una grande varietà litologica ed è interessata da innumerevoli strutture tettoniche che hanno dato vita a una grande geodiversità distribuita su tutto il territorio. In questo contesto, la regione Basilicata è, in effetti, tra le poche a comprendere tutti i domini della catena», spiega con dovizia tecnica il professor Bentivenga, da sempre convinto della fruizione economico-turistica dei geositi e del fatto che la Basilicata sia un museo geologico e paleontologico naturale a cielo aperto. Una vocazione ancora lasciata alle cure della terra e non dell’uomo, in una regione che amministrativamente ha maggiore attenzioni per un altro genere di fossile, il petrolio, e che, nonostante girino in Basilicata, da decenni, non solo bagnanti austriaci e viaggiatori inglesi, ma centinaia di geologi, tra docenti, studenti e ricercatori, fa ancora fatica a capire che un suo possibile futuro può essere paradossalmente legato alla sua storia più vecchia.
Professor Bentivenga, ma non è che questa terra è buona solo per voi geologi? «Il geosito è una risorsa inesauribile che la natura ci ha donato e va tutelato affinché arrivi alle generazioni future. Ma è anche un’opportunità economica se si è in grado di intercettare i flussi» .
Enzo Palazzo
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Non con i miei soldi. Non con i nostri soldidi don Marcello CozziParlare di pace in tempi di guerra è necessario, ma è tardi.
Non bisogna aspettare una guerra per parlarne. Bisogna farlo prima.
Bisogna farlo quando nessuno parla delle tante guerre dimenticate dall'Africa al Medio Oriente, quando si costruiscono mondi e società sulle logiche tiranniche di un mercato che scarta popoli interi dalla tavola dello sviluppo imbandita solo per pochi frammenti di umanità; bisogna farlo quando la “frusta del denaro”, come ...-->continua
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