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Quell'alba tragica di 25 anni fa

26/07/2011



26 luglio 1986, ore 4,15. Un forte boato, un crollo. Poi un altro e un altro ancora. Le urla disperate dei sopravvissuti. Quelle di chi, a valle della collina, cominciò ad accorgersi che il “Timpone” veniva giù. La “Timpa nivura”, abitata, forse, dagli spiriti maligni, dai demoni della terra che da anni avevano alimentato leggende e superstizioni; e dalla natura, fatta di argilla, fango e acqua. Sono passati 25 anni dalla frana di Senise. Otto morti: Rocco Gallo (37 anni) e sua moglie Rita De Fina (32 anni); Giuseppe Formica (29 anni), sua moglie Linuccia Gallo (27) e la loro figlioletta Francesca di appena un mese; i tre fratellini Durante, Pinuccio (15 anni), Maria (11) e Maddalena (8). Di colpo Senise diventò il simbolo dell’Italia che crolla. Di quell’Italia ingenua e testarda che non bada agli avvertimenti, dei “demoni” e della natura. Allertati inizialmente pensando si trattasse di un terremoto, quando, pochi istanti dopo, fu chiaro a tutti cosa fosse accaduto, la collina entrò nell’immaginario collettivo come il simbolo oscuro dell’evento più tragico nella storia del paese. Due giorni dopo fu il silenzio di oltre 5mila persone raccolte nella piazza principale di Senise ad accompagnare le otto bare, durante i funerali. “Dolore e rabbia” scrissero i giornali; “Che questa ennesima tragedia sia monito per il futuro”, fu il grido disperato del Vescovo davanti alle otto bare. E il timore: “ Domani nessuno ricorderà più Senise”.
Oggi Senise si ferma per ricordare la tragedia. Lo farà, prima, con una messa a suffragio. Poi, alle 21.30 in Largo Donnaperna, con una commemorazione di teatro civile, dal titolo emblematico: “Il paese sulla sabbia”. Da un’idea della testata giornalistica lasiritide.it, in collaborazione con la Società artistica di Mutuo Soccorso di Senise e con la regia di Leonardo Chiorazzi e il patrocinio del Comune, tante professionalità e capacità diverse, dalla recitazione alla musica, dal canto alla scenografia, dalle relazioni pubbliche all’illuminotecnica, tutti uniti da uno scopo civico ed artistico condiviso che ha coinvolto giovani, adulti e famiglie. “Il paese sulla sabbia” è l’impegno morale di chi si deve far portavoce di un ricordo che diventa esempio. E’ l’augurio che la comunità senisese, e non solo, possa riflettere su quanto accaduto e costruire un nuovo futuro con salde radici nella roccia. E non sulla sabbia del Timpone.
Nel giardino delle suore, nella chiesa di San Michele, l'associazione Assa ha allestito una mostra fotografica a cura di Enza De Stefano e Michelangelo Crocco.

Interventi di consolidamento ormai quasi del tutto obsoleti e, comunque, mai monitorati, se non nei primissimi mesi dopo la loro realizzazione; l’inesistenza di un archivio pubblico che documenti l’accaduto e quanto è stato fatto con i soldi della famosa legge 120, la “legge Senise”, come anche la difficoltà di reperire i risultati degli studi realizzati su altre zone dell’abitato, per scongiurare altre catastrofi. Venticinque anni, forse, sono troppi o troppo pochi per ottenere risposte e, soprattutto, soluzioni. Ma si portano dietro lo strascico pesante di mancanze e superficialità. Che non si spengono neanche dopo un quarto di secolo.
Poco più di un anno prima della tragedia del Timpone, le famiglie che abitavano sulla collina, allarmate per le lesioni sulle pareti delle loro abitazioni (“i muri avevano spaccature talmente grandi che infilavamo dentro una mano”)e per un altro, piccolo smottamento a poche centinaia di metri da quella stessa collina, si erano rivolte ai tecnici del Genio Civile di Potenza. Questo viene raccontato dalla cronaca e dalle testimonianze del tempo. “Mi dissero –stai lì- spiegava all’epoca Lucia Cifarelli, madre sfortunata dei tre fratellini morti sotto le macerie. “Io avevo scongiurato chi di dovere di mettermi nell’elenco degli sgomberi. Il tecnico mi chiese di prendere un martello, cominciò a battere sulle pareti e poi disse: vedete? Questa casa è posata sulla roccia. Dove volete andare? Potete dormire tranquilli”. Tutte le abitazioni del Timpone avevano regolare licenza edilizia. La zona era quella della cosiddetta legge 167, riservata all’edilizia popolare. Lo sbancamento della collina per realizzare opere di edilizia popolare avvenne senza preliminari opere di consolidamento per la messa in sicurezza del territorio. “Sarebbero bastati 4 miliardi- dichiarò Mario Del Prete, allora docente all’università di Viterbo, al quale fu commissionato uno studio della zona- e forse adesso sarebbero tutti vivi”.

Una macchia giallastra interrotta da quattro muri di sostegno: oggi la collina Timpone porta i segni, visibili, di una ferita mai del tutto rimarginata.
In seguito alle drammatiche vicende del 1986 (causate dallo scivolamento di strati sabbioso- arenaci, intercalati a livelli argillosi, tagliati per dare spazio agli edifici che poi vennero distrutti dalla frana) furono realizzati alcuni interventi di consolidamento rivolti ad eliminare le situazioni di rischio del centro abitato di Senise, per un importo di circa 26 miliardi di vecchie lire. Oltre alla realizzazione dei muri di sostegno, l’altra parte degli interventi riguardava anche la realizzazione di pozzi drenanti e la messa in sicurezza di fronti di scavo apparentemente in pericolo. La funzione dei pozzi è quella di svuotare le falde acquifere presenti e scaricare l’acqua nel fiume Serrapotamo. Le opere di consolidamento effettuate dopo il 1986 rappresentano, però, un intervento “incompiuto” perché né i pozzi, né le centraline realizzate per controllare i movimenti della terra, sono state mai manutenute.


Mariapaola Vergallito



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