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| Una catena umana contro le trivellazioni |
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27/06/2011 |
| Gli ambientalisti lucani riaprono la partita contro le estrazioni petrolifere in Basilicata destinate a raddoppiare nei prossimi anni. Una catena umana contro le trivellazioni si è svolta questa mattina sui cinque chilometri di costa a Policoro, in provincia di Matera. L'iniziativa è nata per bloccare i progetti di estrazione off-shore nel Mar Jonio, il cui fantasma ricompare periodicamente, e per bloccare il Memorandum con il Governo per lo sviluppo infrastrutturale della Basilicata quale riconoscimento per il contributo della regione alla “bolletta energetica” del Paese.
Il Memorandum è in discussione il 5 luglio presso il Cirm del Ministero per lo Sviluppo Economico (Commissione per gli idrocarburi e le risorse minerarie) e le associazioni ambientaliste ne chiedono la sospensione. La Regione, invece, è intenzionata ad andare avanti perchè l’intesa con il Governo viene vista come la possibilità di ottenere finalmente un adeguato contro-valore del “sacrificio” inflitto ad un territorio a vocazione agricola e naturalistica per estrarre petrolio dalle viscere del sottosuolo delle aree interne, Val d’Agri in primis.
Il Governo, infatti, ha riconosciuto la Regione Basilicata come “strategica” per l’Italia in quanto maggiore fornitrice di greggio. I due grandi giacimenti petroliferi della Basilicata, ubicati rispettivamente in Val d’Agri e nell’alta Valle del Sauro, rappresentano la massima parte delle estrazioni petrolifere nazionali, offrendo un importante contributo alla bilancia nazionale dei pagamenti per la 'bolletta energeticà. In particolare il giacimento della Val d’Agri è il più grande dell’Europa continentale e garantisce all’Italia oltre l’80 per cento della produzione nazionale di greggio coprendo circa il 6 per cento del fabbisogno. L’entrata in esercizio di Tempa Rossa - previsto nel 2015 - porterà un incremento del 40 per cento della produzione petrolifera nazionale con un’ulteriore riduzione della dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento energetico.
Però le estrazioni non hanno prodotto posti di lavoro e le royalties previste dalla legge italiana sono ritenute “irrisorie” rispetto all’impatto ambientale che i centri di stoccaggio e le infrastrutture di convogliamento del greggio provocano tra le montagne e le vallate. Il Memorandum va proprio in questa direzione: la Basilicata si siede allo stesso tavolo del Governo rivendicando un ruolo di polo di eccellenza dell’energia e un reale sviluppo per le proprie aree interne.
Tutto questo, ad ogni modo, non convince le associazioni ecologiste. Le loro spinte per dire “stop” alle trivelle si fanno sempre più pressanti. Le continue notizie di richieste di permessi di ricerca e di esplorazione per idrocarburi e di apertura di pozzi rendono la situazione incandescente. Per gli ecologisti lucani “non c'è una convenienza economica che tenga di fronte alla distruzione del territorio". La catena umana contro le trivellazioni è stata solo la prima di una serie di iniziative, promettono i promotori della protesta. La Ola (Organizzazione lucana ambientalista) e l’associazione “No Scorie Trisaia” chiamano a raccolta le categorie sociali e le forze politiche per chiedere una moratoria delle attività minerarie sul territorio lucano, al fine di ottenere la salvaguardia del territorio e dei suoi abitanti. “Il recente episodio dei 21 operai dell’Elbe, intossicati da una nube di H2S (acido solfidrico) a circa 200 metri dal centro Oli di Viggiano, e la presenza di metalli pesanti (manganese, bario e cromo) nella sorgente lucana della fonte Acqua dell’Abete, e di bario nelle acque della diga del Pertusillo, deve far riflettere sui possibili rischi legati alle estrazioni del petrolio”, sostengono.
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Non con i miei soldi. Non con i nostri soldidi don Marcello CozziParlare di pace in tempi di guerra è necessario, ma è tardi.
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