E’ giallo sempre più fitto, quello che avvolge la scomparsa del sessantacinquenne Domenico Giancreco, oramai via di casa da più di una settimana. I famigliari e non solo, pur non perdendo la speranza di ritrovarlo, sono sempre più preoccupati, man mano che passano le ore e i giorni. Filomena, la nipote del cuore, parla a nome di tutti e lo fa per mantenere viva l’attenzione su suo zio. Ripercorre le prime ore della scomparsa, sin da quella maledetta mattina di maggio. Il 26, alle prime luci dell’alba, in contrada Farneta, un paradiso di alberi e di fiori, dove il sole stenta a entrare, la sorella di Domenico si accorge che il fratello non è nella camera da letto. Lo spavento l’assale. Il sangue arriva alla testa, la pressione si alza di colpo. L’anziana sorella, madre di Filomena, rivive giorni terribili di qualche hanno fa. Anche allora Domenico si allontanò di casa, ormai la sua casa da anni, dopo la morte dei genitori. Lo ritroveranno dopo qualche giorno nei luoghi che lo videro ragazzo. Si era allontanato a piedi, aveva voglia di rivedere persone e cose a cui era legato, gli ricordavano giorni felici, giorni lontani. “Ma questa volta è diverso”. Filomena è preoccupata. Un brutto presentimento l’accompagna da quel giorno. “La preghiera – dice- è diventata motivo di rifugio e di speranza. Prego con tutta l’anima; mi rivolgo ai nonni, li prego di indicarmi in sogno il luogo dove si trova mio zio, li rievoco con forza, ma chissà”. Si ferma. Una lunga pausa per prendere fiato, poi riprende il racconto. Un racconto che mette in evidenza l’aiuto dei volontari, della Protezione civile, dei carabinieri della Stazione di Noepoli, del Corpo forestale, del Soccorso alpino, del sindaco di San Costantino Albanese, Giuseppe Cantisani e di tanti altri, li ricorda e li ringrazia con affetto sincero. Subito dopo, però, alza gli occhi, la voce diventa vibrante, le spalle si aprono, si guarda intorno e con un sospiro cerca di sottolineare l’importanza di continuare le ricerche e di farlo soprattutto con le unità cinofile, anche perché in quella montagna la vegetazione è fitta e il terreno è difficile da battere. “I cani ci sono stati – spiega – ma per poche ore, troppo poco per dire basta. Bisogna riportare quei cani di nuovo su quelle montagne, bisogna insistere, bisogna cercare ancora”. Un accorato appello, un grido disperato di aiuto che arriva dal cuore, quello stesso cuore che continua a battere per paura e per amore.
Vincenzo Diego
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