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| Agricoltura, tavolo per l'acqua meno cara |
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26/04/2011 |
| La soluzione del problema dei consorzi di bonifica passa anche dalla necessità di rivedere i costi dell’acqua a carico degli agricoltori. In particolare di quelli del Tarantino. Per questo motivo, l’assessore ai Lavori pubblici, Fabiano Amati, ha chiesto un incontro al governatore lucano Vito De Filippo: l’idea è di abbassare il costo per gli usi civili a discapito di quelli industriali. Ovvero soprattutto dell’Ilva che, secondo Amati, gestisce questa partita «con il piglio dei padroni medievali piuttosto che quello degli illuminati imprenditori moderni».
Il contesto va chiarito. L’accordo di programma prevede che la Puglia paghi l’acqua alla Basilicata in base a due parametri: la componente ambientale (che ristora il «disagio» arrecato del territorio), e il costo industriale che varia in base agli usi. Ad essere penalizzati da questa seconda voce sono soprattutto gli agricoltori tarantini, che a differenza di quelli della Puglia settentrionale usano l’acqua del Sinni. Lo stesso schema da cui si approvvigiona l’Ilva di Taranto, che con i suoi 250 litri al secondo è il maggior utilizzatore privato di acqua della Puglia. Nelle scorse settimane la Regione aveva proposto all’Ilva di rinunciare all’acqua del Sinni e di utilizzare quella affinata del Gennarini, ma ha ricevuto un secco no.
E così l’assessore Amati ha chiesto alla Basilicata la convocazione del comitato di coordinamento dell’accordo di programma. «C’è la necessità - spiega Amati - di determinare un prezzo unico dell’acqua a scopo irriguo, in attesa che vada a regime l’utilizzo dei reflui affinati. La soluzione sarebbe ridurre la componente industriale per l’irriguo e per il potabile, ponendo la differenza a carico degli usi industriali». Oggi la tariffa è di 0,01549 euro/metro cubo per l’irriguo, 0,02895 per il potabile e 0,2079 per l’industriale. Aumentare quest’ultima voce servirebbe, ovviamente, a convincere l’Ilva a rinunciare alle acque di invaso per utilizzare quelle affinate.
L’insistenza della Regione non è casuale. Intanto perché l’incertezza sta bloccando gli investimenti previsti sul Gennarini, che con ogni probabilità dovranno essere destinati ad altre province per non perdere i soldi. E poi perché con quei 250 litri/secondo oggi assorbiti dall’Ilva, infatti, si potrebbe finalmente invasare la diga del Pappadai. Un obiettivo su cui Amati si sta confrontando anche con l’Enel per le acque del Cogliandrino, che alimentano la centrale di Castrocucco. «Ho chiesto una quota di quelle acque per farle arrivare al Pappadai attraverso il Sinni. Il dialogo sta andando avanti».
Il nodo centrale, dunque, resta l’Ilva. Amati giudica «davvero incomprensibile» il no dell’acciaieria tarantina a usare l’acqua affinata del Gennarini. «All’Ilva - spiega - avevamo proposto di pagare per il Gennarini un contributo fisso inferiore rispetto a quanto attualmente paga all’Eipli e alla Basilicata per le acque del Sinni». L’Ilva ritiene non sufficientemente sicura per i propri impianti l’acqua affinata. Obiezione che però non convince Amati. «Ai tavoli delle decisioni ufficiali l’Ilva dice sempre no, mentre quando ha bisogno della pubblica amministrazione - come al Ministero in sede di Aia - fa mettere a verbale una vaga disponibilità ad uno studio di fattibilità: come se la Puglia e il Tarantino avessero ancora bisogno di carte e non di fatti. E tra l’altro con un ulteriore pugno in faccia a Taranto, considerando il rischio di perdere gli investimenti sul Gennarini. Per questo mi aspetto una chiara e inequivoca presa di posizione della classe dirigente tarantina e dell’opinione pubblica che in qualche caso si interroga su questi temi mettendosi in ginocchio».
m.s.
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Non con i miei soldi. Non con i nostri soldidi don Marcello CozziParlare di pace in tempi di guerra è necessario, ma è tardi.
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