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Precari di Basilicata, in piazza per non morire

10/04/2011



«Il nostro tempo è adesso. La vita non aspetta». Lo slogan scelto per la manifestazione di ieri sintetizza un messaggio di speranza per i tanti giovani (e non) precari. In piazza Duca della Verdura, a Potenza, un’occasione di incontro per chiedere politiche attive sul lavoro e ribadire che i giovani sono davvero la grande risorsa del nostro Paese su cui è necessario puntare per uscire dalla crisi. Laureati, supermasterizzati, formati. E poi? Nella migliore delle ipotesi - con l’aiuto di un santo in paradiso - «agganciati» al treno di un ufficio pubblico. Che, in questi tempi di magra, spesso li lasciano in mezzo ai binari dopo un risicato contratto a tempo.

In Basilicata il comparto pubblico è pieno di precari: la percentuale di atipici nel settore ha raggiunto il 4,2% che corrisponde a circa 8 mila unità. Un pianeta che Eurispes ha messo a fuoco attraverso un’indagine su un campione di 250 unità: il 59,2 per cento è risultato composto da persone con più di 40 anni, il 31 per cento di lavoratori tra i 31 e i 40. I laureati sono un quarto circa del campione (il 26,4 per cento). Altro dato significativo: il tipo di contratto di lavoro più usato è il co.co.co o contratto a progetto (56,4 per cento); al secondo posto gli Lsu (lavoratori socialmente utili) che corrispondono al 20,4 per cento. Ben il 46 per cento degli intervistati lavora da sempre con contratti atipici (comprendendo nella definizione la collaborazione occasionale, a progetto, l’autonomo con partita Iva, a tempo determinato o stagionale, l’interinale, le borse di studio).

Tra gli 800 e i 1.000 euro netti al mese lo stipendio percepito dal 24 per cento, tra 1.000 e 1.400 per il 27 per cento, tra i 400 e i 600 per il 20 per cento (con una fascia di «privilegiati» del 2,4 per cento che percepiscono più di 3.000 euro al mese). Non tanti apprezzano certi aspetti propri del lavoro atipico, come l’avere più tempo per sè, per la famiglia (qui il campione è spaccato a metà), o per studiare. Mentre il 63 per cento è insoddisfatto della mancanza di adeguate tutele sociale come il diritto alla pensione o al trattamento di maternità. E, ovviamente, dell’incertezza del posto di lavoro (83 per cento).

«La precarizzazione dei lavoratori pubblici - spiega Angelo Summa, segretario regionale della Fp Cgil - è stata frutto delle politiche neoliberiste degli ultimi 10 anni attuate anche dai governi di centrosinistra, con esiti ancora peggiori durante il precedente governo che bloccò le assunzioni». L’«espansione» del fenomeno - secondo il sindacato - è stata forse una forma distorta di welfare, o di assistenza male interpretata.

Insomma un ennesimo strumento per creare clientele. «In realtà - spiega il sindaco di Potenza, Vito Santarsierose l’88 per cento di questi lavoratori atipici sono collocati negli enti locali è perchè sugli enti locali più hanno impattato i tagli di risorse».
Come liberare il «pubblico» dal precariato? Il «memorandum di intesa» siglato da sindacati e governo, si proponeva di cancellarlo nel giro di qualche anno. «Si tratta - dice Antonio Pepe, segretario regionale della Cgil - di invertire la politica del lavoro in Italia attraverso una legislazione precisa che vada verso la stabilizzazione. Una stabilizzazione che chiediamo avvenga con le regole del concorso pubblico, perchè a nessuno si vuol negare l’accesso alla pubblica amministrazione».

Buone intenzioni. Ma il precariato resta e il mondo politico, che si trincera dietro la crisi economica, non ha alcuna intenzione di estirparlo. D’altra parte, diciamo la verità, costituisce un calderone da cui attingere voti: le «stanze dei bottoni» assomigliano sempre più a uffici di collocamento. E un contratto a tempo diventa un’infallibile arma di ricatto.

Massimo Brancati
la gazzetta del mezzogiorno



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