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Il ricordo di Chiaromonte per Gina Labriola

5/04/2011



“Passione e amore per le piccole cose, che la sua sensibilità trasformavano in inni alla vita”: è la sintesi commossa dell’amica Maria Elvira Cicale a ricordare bene l’artista Gina Labriola, scomparsa due giorni fa in Francia dopo una malattia fulminante, che l’ha portata via in neanche due mesi. Era nata a Chiaromonte e in paese tornava spessissimo, mantenendo vivi i legami di affetto e di empatia nei confronti di un’origine che non è mai stata puramente anagrafica. Nonostante Gina Labriola fosse cittadina del mondo: laureata in lettere classiche, aveva trascorso undici anni in Iran, presso l’Istituto Italiano di Cultura di Teheran. Aveva vissuto poi in Spagna, a Barcellona, in Bretagna, fino al trasferimento a Parigi, nel colorato quartiere di Montmartre. Come colorata era la sua vita: amava la gente, i fiori, gli animali. La macchina fotografica era la sua costante compagna di viaggio. Amava fotografare i gatti soprattutto. La sua attività letteraria ha spaziato dalla narrativa alla poesia, dalla saggistica alla pittura su seta, con le opere conservate nel suo atelier parigino e in quello che lei aveva ribattezzato “cat-atelier” chiaromontese (perché all’interno del “catuoio”, il magazzino) a pochi passi dalla sua casa in corso Vittorio Emanuele. “Vedeva il bello in tutte le cose- ricorda il suo amico Giovanni Percoco- come solo i veri poeti puri di spirito possono fare. Il mio grande rimpianto è stato quello di non aver mai fatto visita alla sua casa parigina, arredata in stile persiano, civiltà che lei amava tanto”. Gina Labriola era questo e tanto altro, artefice di un’eredità che nessuna malattia porterà mai via. Dal Sinni alla Senna, come amava dire lei.

Mariapaola Vergallito










Di seguito vi proponiamo una delle presentazioni all'opera di Gina Labriola "Poèsie sur soi" acritta da Giovanni Percoco, che gentilmente ha offerto molte delle immagini dell'album fotografico.


POESIE SUR SOI/SOIE di Gina Labriola

Comunque si intenda il concetto di poesia è chiaro che nel caso di Poésie sur soi/soie di Gina Labriola, si tratta di una consegna ad altri, perché sulla seta di Gina è presente il messaggio grafico a livello pittorico e di testo.
Innanzitutto si tratta di poesia e non si può essere restrittivi nel senso di relegare nell’ambito di una o più frasi scritte un mero testo. E’ certo che, al di là di ogni definizine di poesia qui si tratta di emozioni trasferite su supporto materiale che in questo caso è la seta, un supporto che coniuga l’emozione espressa con lo scritto e quella espressa con la grafica pittorica.
E quando questa emozione si pone in sintonia con quella del fruitore-recettore-spettatore dell’opera d’arte, allora si genera quel sentimento che consente di attribuire al manufatto la caratteristica di bello, perché -diciamocelo francamente – l’estetica, che indica la scienza filosofica dell’arte e del bello, (e che,come termine, fu introdotto per la prima volta da Baumgarten nel 1750) è strettamente correlato al concetto di arte. E la poesia è arte.
Già Platone nel libro X della Repubblica aveva esposto per la prima volta la poesia come un fatto di aisthésis, vale a dire come sentimento, anche della sfera altrui, perché anche le emozioni altrui diventano nostre. E qui entra il concetto di empatia che oggi molti critici rifiutano di ammettere nel campo della poesia, ma che a me piace ricordare perché esso giustifica la compartecipazione all’opera d’arte quando si riesce a gustarla.
E’ in questo senso che guardando alle sete di Gina, si prova compartecipazione alla sua arte in funzione, ovviamente, della sensibilità estetica del fruitore.
Non è questa la sede per scomodare Platone, Aristotele, Vico, Kant, Croce, Gentile e tanti altri per venire a capo della definizione di arte, estetica, poesia, bello.
La poesia di Gina è per sé e, come messaggio espresso su seta, è per gli altri.
Gina è il nostro Ismail, il pescatore di storioni che nella vecchia Persia, seconda patria della nostra poetessa-pittrice, svolgeva anche la professione di ghessegù, il cantastorie che raccontava, come lei stessa scrive nelle Storie del Samovar, “favole che a volte erano illustrate su grandi tele dipinte, i khalàm-khar” (pagina 31).
Gina, però, racconta se stessa, i suoi sentimenti: ecco perché poésie sur soi e si tratta di un atto riflesso che lei trasferisce ad altri su lembi di seta: poésie sur soie.
Non conosco l’atelier parigino di Gina, perché tutte le volte che mi sono recato e mi reco a Parigi, il caso ha voluto e vuole che ci salutiamo solo per telefono: lo spazio a Parigi ha un’altra dimensione che non è quella di Francavilla o di Chiaromonte. Conosco, però, l’atelier, o per dirla con lei, il catatelier di Chiaromonte, e non meravigli il termine perché lei lo ha coniato sul modello linguistico dell’incrocio fra katogeios - u katuòyë- locale sotto casa e atelier, che è il suo mondo quotidiano dove realizza le sue creazioni in un ambiente museale che conserva tanti oggetti della nostra antica civiltà contadina. Fra quegli oggetti, i cui nomi dialettali sono tutti di matrice greca o latina, e a volte anche persiana, Gina dipinge e scrive i suoi versi sulla tela, imitando spesso la grafia araba, sinuosa, veloce, che può anche figurarsi come un’architettura, e allo stesso tempo propone immagini e idee di un mondo non esclusivamente mediterraneo, perché lei, apolide, ricca di mille esperienze di diversi e diversificati ambienti culturali e sociali, spazia all’infinito, cogliendo valori più universali di quelli che l’uomo della strada riesce a percepire.

Giovanni Percoco



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