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È morto il «viggianese», si trascina nella tomba il segreto su Ottavia

28/03/2011



Chi l’ha incontrato nei suoi ultimi giorni di vita giura che era perfettamente lucido. Se conosceva davvero il destino di quella ragazzina, dunque, ha avuto tutto il tempo per svelare il segreto. Ma non l’ha fatto. Giuseppe Alberti, detto il «viggianese», 89 anni, è morto in un letto del Cottolengo di Torino portandosi nella tomba il mistero della scomparsa di Ottavia De Luise, di cui si sono perse le tracce il 12 maggio del 1975 a Montemurro. Aveva 12 anni. Fu proprio il «viggianese», secondo la ricostruzione dei carabinieri, l’ultimo a vederla. E su di lui si sono concentrate le attenzioni degli investigatori e, soprattutto, della famiglia di Ottavia. Che, fin dall’inizio, non ha mai fatto mistero di ritenerlo il principale indiziato, l’uomo che avrebbe giocato un ruolo fondamentale nell’intera vicenda.

Nel 1975 il «viggianese», infatti, fu accusato di atti di libidine violenta compiuti su Ottavia, ma la famiglia De Luise non presentò neppure la querela nei suoi confronti. Forse anche per spegnere sul nascere le dicerie, i sospetti, i pettegolezzi di chi vedeva la ragazzina in giro con gente più grande di lei. Pronta a spendere le lire di una volta. Anche per cosmetici e profumi.

Lo scenario d’accusa, 36 anni dopo, è sempre lo stesso: lui la violenta e poi la uccide, occultando il cadavere. Ma dopo aver rivoltato come un calzino la zona che ha percorso Ottavia prima di scomparire nel nulla, le indagini sembrano essersi impantanate. Inutili le ricerche nei terreni di Antonio Rotundo, un vicino di casa, dove non è stata trovata una seppur flebile traccia della ragazzina. Solo la morte di Alberti scuote un contesto investigativo che appare sopito. Ma l’avv. Gelsomina Sassano, legale della famiglia De Luise, precisa: «L’inchiesta non si è mai fermata. Le indagini non si fanno soltanto scavando. È chiaro che con la morte del «viggianese» viene a mancare un canale importante, a nostro avviso, per arrivare alla verità, ma non ci arrendiamo. Restiamo convinti - aggiunge Sassano - che più di qualcuno sa e non parla. Si è creato attorno alla storia un clima, direi, di protezione. La famiglia De Luise - conclude - vuole soltanto sapere dov’è stato portato il cadavere di Ottavia. Dopo tanti anni non ci sono resti da recuperare, ma almeno un posto dove portare dei fiori, dove piangere per quella sfortunata ragazzina. Il «viggianese» sapeva qualcosa? Penso di sì. Ha avuto tutto il tempo per pentirsi e per parlare. Speriamo che l’abbia fatto prima di spirare».

Massimo Brancati
la gazzetta del mezzogiorno



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