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| Per Gheddafi il Giudice Silvana Arbia |
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20/03/2011 |
| Silvana Arbia, lucana, è giudice della Corte penale internazionale dell’Aja. Avrà un ruolo di primo piano nel procedimento giudiziario per gli eventuali crimini commessi da Gheddafi. Come “principal administrative officer” della Corte, garantirà l’equità del processo nel caso in cui scattasse il giudizio nei confronti del «Colonnello» e di altri libici del regime. Arbia è nata a Senise ed ha un forte legame con Aliano. Nel paese dove il Fascismo confinò Carlo Levi, vuole insediare un Istituto internazionale per educare allo sviluppo, tanto che il Comune ha già destinato l’antico Palazzo Caporale a sede della struttura.
Il giudice lucano ha fatto parte del Tribunale internazionale per il Ruanda, esercitando funzioni di procuratore per i genocidi avvenuti nel 1994.
Gli occhi della Corte dell’Aja - chiediamo ad Arbia - sono ora puntati sulla Libia. «La Corte penale internazionale non avrebbe giurisdizione sulla Libia in quanto non è un Paese che aderisce allo Statuto di Roma, ma è stato il Consiglio di sicurezza dell'Onu a chiederci di interessarci suquanto sta accadendo. Adesso è troppo presto per dire chi sono gli indagati. Il nostro procuratore è al lavoro e fino a quando non ci saranno elementi di prova e dossier non è possibile indicare fatti e nomi. Quando sarà pronto chiederà, eventualmente, gli arresti per i responsabili. Nel sistema giudiziario della Corte la presunzione di innocenza vale per qualsiasi persona indagata, fino alla condanna. Il principio del processo equo è alla base del processo nel sistema della Corte, la presunzione di innocenza deve essere effettiva, così pure devono essere garantiti agli imputati i diritti alla difesa, e le condizioni di detenzione devono rispondere a standard soddisfacenti. La protezione dei testimoni e la partecipazione delle vittime al fine di ottenere riparazione, sono altri principi chiave».
La Corte si occupa di tre tipi di crimini: genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra. Opera, di solito, quando i reati sono stati commessi in uno dei 114 Paesi che hanno aderito allo Statuto di Roma (che è l'atto costitutivo della Corte) o da cittadini di uno degli Stati. «Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite - precisa Arbia - può adire la Corte per situazioni particolari, cosa che è avvenuta per il Sudan e recentemente per la Libia, indipendentemente dal fatto che gli Stati non aderiscono allo Statuto di Roma. Inoltre, la Corte interviene per crimini commessi in un Paese non aderente che abbia accettato, con dichiarazione espressa, la giurisdizione della Corte. Ci stiamo occupando di sei situazioni: Uganda, Repubblica democratica del Congo, Repubblica centrafricana. Tre Paesi che hanno adito la Corte, oltre che del Kenya, Stato parte in cui il procuratore ha iniziato un'indagine di propria iniziativa in relazione agli eventi post-elettorali del 2007. Sudan e Libia sono due situazioni per le quali il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha adito la Corte. Bisogna precisare che una volta adita la Corte, essa esercita la sua giurisdizione indipendentemente e questo significa che l'identificazione di responsabilità per crimini internazionali è di sua competenza. E la qualificazione dei crimini viene fatta dalla Corte indipendentemente, sulla base dello Statuto e dei regolamenti applicabili».
Come “principal administrative officer”, lei ha un mandato che include varie responsabilità. «Devo occuparmi, tra l'altro, di tutto ciò che concerne la protezione delle vittime, dei testimoni, delle condizioni dei detenuti, della difesa, della sicurezza interna della Corte, della informazione pubblica, della sensibilizzazione delle comunità interessate, della documentazione, della gestione delle risorse, del budget. Insomma, una serie di funzioni che sono previste per garantire supporto a tutti gli organi della Corte, con tutte le garanzie per i soggetti dell'accusa e della difesa e nell'interesse delle vittime, nonché per garantire un efficiente management».
La Corte che cosa si aspetta dall’Italia? «Che sia pronta a dare la propria disponibilità, nel caso fosse richiesta, ad eseguire decisioni di sua competenza o per proteggere i testimoni o per altre attività per le quali la Corte necessita della cooperazione degli Stati».
Arbia ha sempre nel cuore la Basilicata, in particolare Aliano, dove vorrebbe avviare un Istituto per l’educazione allo sviluppo per promuovere la conoscenza dei fondamentali, la formazione e la ricerca nelle regioni povere, nel rispetto del patrimonio culturale e naturale del territorio. «Spero in un sostegno sostanziale per concretizzare la proposta. I lucani devono essere attori di uno sviluppo responsabile e duraturo. Così si può dare alla Basilicata la dignità che merita».
Come lucana, lei ha preso posizione sulla contestata centrale a biomasse di Stigliano, che incide sul territorio di Aliano. «I beni vanno protetti, salvaguardati, le risorse paesaggistiche non vanno messe a rischio. Bisogna essere molto oculati per difendere il patrimonio culturale, ambientale e storico, presupposto dello sviluppo vero».
È molto legata ad Aliano, perché proprio quel paese? «È il simbolo di quei piccoli centri lucani che non si rassegnano a un destino di solitudine e di non sviluppo. Lì c'è gente che, pur alle prese con i limiti tipici delle piccole comunità, si muove bene ed è piena di voglia di fare. Aliano è anche l’emblema dell'umanità che si contrappone alle violazioni dei diritti umani, e che alla fine prevale. Penso alla storia di Carlo Levi. Ecco perché bisogna proporre la vicenda alianese come testimonianza per le nuove generazioni».
Emilio Salierno
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Non con i miei soldi. Non con i nostri soldidi don Marcello CozziParlare di pace in tempi di guerra è necessario, ma è tardi.
Non bisogna aspettare una guerra per parlarne. Bisogna farlo prima.
Bisogna farlo quando nessuno parla delle tante guerre dimenticate dall'Africa al Medio Oriente, quando si costruiscono mondi e società sulle logiche tiranniche di un mercato che scarta popoli interi dalla tavola dello sviluppo imbandita solo per pochi frammenti di umanità; bisogna farlo quando la “frusta del denaro”, come ...-->continua
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