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| Giornalismo online: fra luoghi comuni e ritardi culturali |
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18/03/2011 |
| Nell’ immaginario collettivo l’ informazione sul web viene vista ancora come una semplificazione di quella su carta, mentre invece richiede criteri e conoscenze tecniche più sofisticati di quelli tradizionali e promette esperienze di lettura e di approfondimento più ricca e più appagante rispetto a quella proposta su carta – Una riflessione dell’ EJO – ‘’I giornali italiani hanno investito poco nel web e non hanno avuto grande coraggio nell’intraprendere un percorso verso una diversa organizzazione del lavoro’’- ‘’La trasformazione dell’assetto editoriale cartaceo in un assetto pienamente integrato paper-web è stata ricercata con convinzione da pochi e rappresenta l’elemento di debolezza primario che ostacola il raggiungimento di obiettivi di innovazione’’
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Pur richiedendo criteri tecnici molto più sofisticati di quello tradizionale, nell’ immaginario collettivo si tende a pensare che il giornalismo sul web sia invece una semplificazione di quello su carta. Si tratta di una convinzione superficiale e completamente sbagliata, che è stata alla base del ritardo culturale che ha caratterizzato negli ultimi due decenni il mondo del giornalismo (dei giornalisti e degli editori insieme, naturalmente) in vari paesi europei, fra cui ovviamente l’ Italia. E che invece ha impedito finora di capire che il giornalismo digitale può dare una esperienza di lettura e di approfondimento più ricca e più appagante rispetto a quella proposta su carta.
Parte da queste osservazioni un ampio e interessante articolo di Piero Macri sull’ Osservatorio europeo di Journalism (Il giornalismo su web? Meno costoso, ma più complicato della carta), che cerca di sfatare i luoghi comuni che si sono accumulati in questi anni e di indicare in quali direzioni dovrebbero muoversi editori e giornalisti per valorizzare tutte le grandi (e in gran parte nascoste) potenzialità del digitale.
Intanto, sul piano dei costi, Macri osserva che, ai costi infrastrutturali nettamente minori dell’ online,
‘’si devono devono aggiungere costi crescenti associati di gestione, competenze e risorse che non avevano nessuna ragione di esistere nel prodotto cartaceo e che assumono invece una rilevanza estrema in un contesto web’’.
Inoltre, rileva Macri, anche il concetto di qualità cambia.
”la produzione online deve rispondere a criteri giornalistici molto più sofisticati. Per sfruttare al meglio quanto offre il web si dovrebbe ripensare l’intera organizzazione del lavoro tradizionale, sovvertire il vertice della piramide editoriale, la carta, e porre il web come valore gerarchico prioritario. Significa avere competenze giornalistiche diversificate, adatte a lavorare in un contesto multimediale e, nel contempo, avere un sempre più alto profilo tecnologico, orientato alla gestione dei dati e delle informazioni”.
Un quadro che fa risaltare ancora di più il ruolo chiave che dovrebbe avere l’ editore (e il cambio radicale di cultura industriale di cui si sarebbe bisogno).
Da questo punto di vista la situazione in Italia è particolarmente preoccupante.
Mediamente – prosegue Macri - i giornali italiani hanno investito poco nel web e non hanno avuto grande coraggio nell’intraprendere un percorso verso una diversa organizzazione del lavoro. Il giornalista continua a essere il soggetto centrale nella produzione dei contenuti, ma la tecnologia diventa ancor più essenziale, poiché nessun contenuto, per quanto interessante, può essere valorizzato senza un diverso, più intensivo e creativo utilizzo della tecnologia. In definitiva, è da una più stretta integrazione tra giornalismo e tecnologia che può nascere un giornalismo efficiente e di qualità. Perché questo succeda deve esistere un forte impegno della proprietà editoriale nel perseguire obiettivi di rafforzamento e miglioramento della produzione’’.
In particolare si dovrebbe operare su diversi piani:
tecnologia
re-ingegnerizzazione dei processi
trasformazione complessiva delle risorse
diversa organizzazione del lavoro
produzione di contenuti web-enabled
Attività che – prosegue Macri – comportano ingenti investimenti e una grande disponibilità al cambiamento, sia da parte dell’editore, sia da parte dei giornalisti. Gli investimenti sul web sono stati sinora contenuti. La trasformazione dell’assetto editoriale cartaceo in un assetto pienamente integrato paper-web è stata ricercata con convinzione da pochi e rappresenta l’elemento di debolezza primario che ostacola il raggiungimento di obiettivi di innovazione. Per quanto riguarda tutti coloro con un passato ereditato dalla carta stampata esistono eccezioni. Eccezioni, appunto, che non confermano la regola e che dimostrano che il web giornalismo, perchè possa essere efficace, e dimostrasi superiore alla carta in termini di offerta complessiva, necessiti di investimenti sostanziali e un ripensamento generale del modo di lavorare’’.
(...)
Lettori e ricavi pubblicitari dell’ informazione online superano per la prima volta quelli della carta stampata – Il 46% degli americani nel 2010 ha utilizzato prevalentemente il web per informarsi, contro il 40% dei lettori di quotidiani (di carta o digitali), il cui fatturato pubblicitario è sceso del 46% nell’ arco di un quadriennio, toccando i 22,8 miliardi di dollari – L’ ottavo State of the News Media Survey realizzato dal Project for Excellence in Journalism
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Per la prima volta lettori e ricavi pubblicitari nell’ online negli Stati Uniti hanno sorpassato quelli della carta stampata, le cui redazioni, in un decennio, hanno ridotto del 30% i propri organici giornalistici.
Secondo quanto ha accertato lo State of the News Media survey, la (ottava) ricerca annuale condotta dal Project for Excellence in Journalism del Pew Research Center, nel 2010, negli Usa, il 46% dei cittadini hanno utilizzato per informarsi per almeno tre volte alla settimana l’ online, contro il 40% che si è rivolto invece ai quotidiani di carta e alle loro edizioni web.
‘’La migrazione verso il web ha accelerato’’, ha commentato Tom Rosenstiel, direttore del Project for Excellence in Journalism. “La rapida diffusione dei tablet e il successo degli smartphone hanno solo accentuato il fenomeno’’.
Gli ultimi dati mostrano che i giornali hanno sofferto non solo per la crisi economica, che ha indotto gli inserzionisti a chiudere i portafogli, ma anche perché sono cresciute le persone che hanno scelto di andare online per le notizie e perché la pubblicità ovviamente le ha seguite.
Così, i i gruppi editoriali che pubblicano i maggiori quotidiani, come Gannett (GCI.N), The New York Times (NYT.N) e McClatchy (MNI.N) stanno registrando ancora un calo dei ricavi pubblicitari, mentre gli altri media, come la televisione, stanno godendo di un rilancio delle vendite di inserzioni.
Nel 2010 – riporta Reuters – i ricavi pubblicitari nel campo dei quotidiani, nell’ arco di un quadriennio, sono calati del 46%, toccando i 22,8 miliardi di dollari (a cui, secondo il Rapporto, andrebbero aggiunti altri 3 miliardi di dollari per la pubblicità sui siti delle rispettive testate).
Intanto la pubblicità online nel 2010 è salta a 25,8 miliardi, secondo lo studio, che cita dati di eMarketer.
“Un problema per le testate giornalistiche è che una buona parte di questi soldi, il 48%, va nelle inserzioni destinate ai motori di ricerca e molto poco all’ informazione giornaliastica’’, precisa la ricerca.
L’ impatto di questa evoluzione della spesa pubblicitaria nell’ ultimo decennio – prosegue Reuters – si è concretizzata in una riduzione delle redazioni, che ha colpito sia Cronisti che redattori. Le redazioni attualmente hanno organici del 30% inferiori a quelli del 2000.
Intanto, mentre una trentina di quotidiani sono passati o stanno passando a un sistema a pagamento delle notizie online, solo l’ 1% degli utenti hanno scelto di pagare.
E solo il 23% dei cittadini interpellati hanno detto che sarebbero disposti a pagare una somma sui 5 dollari al mese per accedere alla versione online del loro quotidiano locale nel caso esso fosse costretto a chiudere.
Complessivamente, riporta il Wall Street Journal, il direttore del progetto, Tom Rosenstiel ha spiegato che, oltre ai giornali, anche l’ informazione televisiva (locale, nazionale e via cavo), le radio e le riviste hanno perso audience, mentre il consumo di informazione sull’ online è cresciuto del 17% rispetto al 2009.
Tra l’ altro, ha aggiunto, la gente sta cominciando ad abituarsi ad avere Internet disponibile in tasca, sugli smartphone o i tablet. A dicembre il 41% degli americani ha detto di aver appreso le principali notizie di politica internazionale e interna su internet, più del doppio del 17% dell’ anno precedente.
La percentuale di persone che si informano sulla Rete è seconda solo alla Tv locale, che dal 1960 è la piattaforma più seguita e che – ha ricordato Rosentiel – era stata la principale responsabile della morte dei quotidiani della sera.
La diffusione dei quotidiani nel 2010 ha continuato a declinare visto che erano il 52% quelli che leggevano un giornale (online o su carta) nel 2006, rispetto al 40% del 2010.
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Non con i miei soldi. Non con i nostri soldidi don Marcello CozziParlare di pace in tempi di guerra è necessario, ma è tardi.
Non bisogna aspettare una guerra per parlarne. Bisogna farlo prima.
Bisogna farlo quando nessuno parla delle tante guerre dimenticate dall'Africa al Medio Oriente, quando si costruiscono mondi e società sulle logiche tiranniche di un mercato che scarta popoli interi dalla tavola dello sviluppo imbandita solo per pochi frammenti di umanità; bisogna farlo quando la “frusta del denaro”, come ...-->continua
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