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«Mal di vivere» in Basilicata non solo per la crisi

22/02/2011



Mal di vivere. Una definizione che in Basilicata comincia ad assumere i connotati di un vera e propria emergenza. Mal di vivere significa lasciarsi morire, spezzare la propria vita quando si è preda di insoddisfazione, di disperazione, di malattie. Ma anche di disoccupazione. I tre suicidi accaduti nelle ultime due settimane nel territorio lucano «rispolverano» un dibattito che negli anni scorsi è stato soltanto sussurrato.

Si sa, di fronte ai suicidi ci si ferma, non si varca il confine di drammi familiari, i mass media non ne parlano per evitare quello che gli psicologi chiamano effetto emulazione. Ma mettersi le mani davanti agli occhi, consegnandosi a un rispettoso silenzio, equivale a ignorare un problema che è tra le prime cause di morte dei giovani tra i 10 e i 24 anni. Ecco perché ci troviamo di fronte a un fenomeno che va affrontato, evitando la politica dello struzzo.

Un fenomeno - di cui la Gazzetta si è occupata con un’inchiesta a marzo del 2009 - alimentato da statistiche inquietanti: in Basilicata c’è un elevato tasso di suicidi (14,6 ogni 100.000 abitanti) che colloca la regione soltanto alle spalle della Calabria (18,4). Numeri destinati a crescere se si fa riferimento al trend dei primi tre mesi del 2011: da gennaio ad oggi, infatti, incrociando i dati di questura e carabinieri, si sono verificati 10 suicidi, compresi i tre di questi ultimi giorni.

Perché questa impennata? Sarebbe semplicistico, forse anche banale, fare riferimento alla crisi economica, alle chiusure di aziende, ai tanti lavoratori espulsi dal mercato produttivo e alle «nuove povertà» che, purtroppo, sono in costante aumento. Ma dietro al gesto estremo di una persona che decide di togliersi la vita c’è dell’altro. Ci sono drammi interiori, traumi infantili, situazioni che affondano le radici in fragilità psicologiche.

Tra le pieghe dei dati statistici scopriamo che a togliersi la vita sono soprattutto gli uomini, con 9 casi di suicidio l’anno ogni centomila abitanti, contro un 2,6 tra le donne. Le fasce di età maggiormente interessate al fenomeno sono tra i 15 e i 24 anni e tra i 25 e 34 anni. Accanto a freddi numeri occorre fare una riflessione: il suicidio raramente è un impulso dovuto ad una decisione immediata. Durante i giorni e le ore precedenti al gesto, generalmente appaiono indizi e segnali di allarme. Quelli più forti e rivelatori di un disturbo sono verbali. Della serie: «Non posso andare avanti così», «Non m'importa più di niente» o anche «sto pensando di farla finita».

Certe espressioni vanno sempre prese sul serio. Così come non bisogna sottovalutare altri segnali che, in genere, passano inosservati: diventare improvvisamente chiusi, comportarsi pericolosamente (correre in auto o in moto, bere troppo, tendere all’autolesionismo), mettere ordine nei propri affari e regalare oggetti di valore, mostrare marcati cambi di comportamento, attitudini o apparenza, abusare di droga e medicinali (soprattutto psicofarmaci). Anche le esperienze vissute, quelle che lasciano ferite nel profondo, possono giocare un ruolo fondamentale nella scelta di togliersi la vita: subìre abusi sessuali o fisici, perdere un caro amico o un familiare, divorziare, fallire a scuola (un brutto voto o la paura di un esame) o sul lavoro (perdita del posto, crisi aziendale), essere arrestati nonostante la propria innocenza.
di MASSIMO BRANCATI
Gazzetta del Mezzogiorno



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