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| A Chiaromonte il centro d’eccellenza che aiuta a guarire dall'alcool |
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2/02/2011 |
| «Alcolista sarà lei! Io posso smettere quando voglio». Quante volte l’abbiamo sentito. Il fedele discepolo di Bacco lo ripete continuamente, soprattutto quando non ha ancora preso coscienza del suo problema. Molto spesso però, è l’autista del pulmino che porta i nostri figli a scuola, oppure guida un tir sull’autostrada. Non a caso sul territorio nazionale ogni anno sono circa 4.000 i morti per incidenti stradali causati da questo killer silenzioso. E nel frattempo ai parenti delle vittime cosa raccontiamo? Quell’esclamazione dunque, racchiude in sé veramente tutto. Tutto il contenuto di un fenomeno che purtroppo, anche nel sud della Basilicata, ha raggiunto punti notevoli che non accennano a diminuire. I picchi più alti tra i giovani si registrano nei grossi centri come Lagonegro, Lauria, Maratea, Francavilla in Sinni e Senise, dove i primi cittadini lavorano per trovare una strategia comune d’intervento, mentre nei paesi dell’entroterra come Teana, Viggianello, San Severino Lucano e Terranova di Pollino, il fenomeno è presente tra gli adulti dopo i 40 anni.
«Quello che preoccupa maggiormente - spiega Alberto Dattola, responsabile del Centro di Riabilitazione Alcologica di Chiaromonte e del Sert di Maratea – è ancora il sommerso. La crescita è in generale, ma in particolare si fonda su due aspetti. Il primo riguarda l’abbassamento dell’età, infatti, abbiamo certezza che gia a 11 anni si comincia a consumare alcolici, di conseguenza abbiamo trattato casi d’alcolismo a 18-20 anni. L’altro invece è che sempre più frequente l’associazione d’alcol con gioco d’azzardo, cannabinoidi e cocaina che vanno a completare il quadro della dipendenza patologica. Del resto anche il consumo delle droghe inizia in giovane età con disponibilità di merce sempre più alta».
Come si può facilmente immaginare, la situazione è allarmante e piuttosto problematica, infatti, al così detto bere mediterraneo, il consumo quotidiano di vino tra gli adulti, si deve aggiungere il bere anglosassone, il «binge drinking» dei giovani e giovanissimi, finalizzato all’alterazione dello stato di coscienza in una cultura dello «sballo». Quindi si va a delineare un nuovo e anomalo scenario caratteristico dell’Italia in generale e delle regioni meridionali, in particolare. «Il primo passo verso il cambiamento - riprende Dattola - è ammettere di avere un problema. L’inconsapevolezza può nascere dal non sapere che in ogni bevanda alcolica c’è una percentuale d’alcol che è una droga come l’eroina o la cocaina, però, se consumo queste ultime, so da subito a cosa mi espongo, mentre alzando il gomito non è così».
Nei giovani se ne prende coscienza solo quando la situazione diventa drammatica, nell’adulto invece per una sommatoria di problemi alcol- correlati e magari costretto dalla famiglia riesce a raggiungere un livello minimo di consapevolezza. «Spesso le famiglie sono complici nella parte iniziale della storia dell’alcolismo - rileva Dattola - invece la linea da adottare è la fermezza: “tu hai un problema, risolvilo oppure, tu te ne assumi tutte le conseguenze».
L’alcol è più insidioso d’altre sostanze - aggiunge - però, chi è nel tunnel, se lo vuole veramente, può uscirne, perché a differenza dell’eroinomane, l’alcolista ha ancora una famiglia, un lavoro e amici sani, quindi si tratta di ristrutturare qualcosa danneggiata negli anni e non costruire di sana pianta, come nel caso dei tossicodipendenti».
Pertanto, questo comportamento inserito in uno stile di vita malsano, che in molti continuano a liquidare come un semplice vizio, oppure una malattia, c’è ancora tanto da lavorare in ambito di prevenzione coinvolgendo tutti gli attori del volontariato e delle istituzioni. «Un appello anche alle Università – conclude Dattola - che dovrebbero prevedere l’insegnamento d’Alcologia nel corso di laurea in medicina. Spesso i medici studiano gli effetti collaterali e non le cause dell’alcol e attualmente l’unico ateneo che lo pratica è quello di Bari».
Egidia Bevilacqua
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Non con i miei soldi. Non con i nostri soldidi don Marcello CozziParlare di pace in tempi di guerra è necessario, ma è tardi.
Non bisogna aspettare una guerra per parlarne. Bisogna farlo prima.
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