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Olimpia Orioli scrive a Clio Napolitano

19/01/2011



di seguito riportiamo integralmente la lettera che la madre di Luca Orioli, il ragazzo morto a Policoro assieme alla sua fidanzata Marirosa Andreotta, ha scritto alla signora Clio Napolitano.


Alla c.a. della Sig.ra Clio Maria Bittoni Napolitano

Sono Olimpia Fuina, madre di Luca Orioli, studente alla Cattolica di Milano, rinvenuto morto nell’88, a Policoro (MT), con una ragazza, nel bagno di casa sua. Ho quasi settant’anni. Da ventidue anni, quasi ventitre, lotto ancora per sapere come è morto mio figlio.
I corpi senza vita furono ritrovati dalla madre della ragazza, intorno a mezzanotte. La stessa chiamò parenti e amici che, prontamente intervennero, come risulta dall’ordine registrato agli atti. Noi fummo avvisati dopo tre quarti d’ora dal momento della scoperta. Arrivammo lì intorno all’una, un’ora dopo il ritrovamento. La scena a noi presentata: morti per folgorazione mentre facevano l’amore; responsabile la stufa che qualcuno ci additò, entrando.

In realtà chi, prima del nostro arrivo, aveva ipotizzato frettolosamente, nell’immediatezza del suo intervento, senza alcuna autorizzazione ufficiale, senza aver chiamato i carabinieri – come si suppone un primario ospedaliero debba sapere – non documentando la causa accidentale, non facendo il minimo cenno alle lesioni presenti sui corpi, evidenziando invece una timida, improbabile – per via del tempo intercorso tra l’evento e il ritrovamento - goccia di vapore sulla spina d’una presa, (ritrovata poi nastrata durante il successivo sopralluogo, e quindi inoffensiva) fu un medico primario, amico della famiglia della ragazza, come chiaramente risulta agli atti. Sul certificato di morte da lui redatto è detto < morti per arresto cardiaco….>

I carabinieri furono chiamati dopo di noi, quando ormai tutto era stato sistemato secondo le volontà di chi voleva farlo passare come incidente. Noi non trovammo alcuna traccia di sangue, che invece, dalla ragazza, ha continuato a fuoriuscire fino al seppellimento. In quella stanza da bagno, in realtà, rimanemmo solo qualche secondo, giusto il tempo di guardare i suoi occhi spenti, i suoi capelli bagnati, il suo dorso nudo e un crescente fungo schiumoso sulla bocca, che mi lasciò sperare nel suo respiro ancora vivo. Anche dopo il mio svenimento, e quindi allontanamento da quel luogo, mio marito, tornando sulla scena, non fu lasciato entrare. Ne comprendemmo le ragioni strada facendo.

Qualche giorno dopo, tra le cose di Luca tornate da Milano, al posto della sua agenda dell’87, trovammo quella della ragazza, ivi recatasi un mese prima del tragico evento. Proponemmo lo scambio d’agenda e la restituzione delle lettere, ma un sacerdote, vicino a quella famiglia, aveva disposto di bruciare tutta la corrispondenza, negandoci così il sacrosanto diritto di conoscere gli ultimi, e non solo, pensieri e sentimenti di nostro figlio. Non ci fu restituita l’agenda. Ci furono rese solo due lettere, probabilmente quelle utili a dimostrare l’amore dichiarato di Luca. Incominciò così l’eterna nostra battaglia giudiziaria, avvitata, sin dall’inizio a forzate cause accidentali, non sostenibili tecnicamente, ma certamente utili a far trascorrere il tempo, inutilmente, rendendo difficile un caso semplice.
Nel corso di tutti questi anni, sono stati ipotizzati e puntualmente esclusi dalla Procura di Matera, tutti i tipi di accidentalità possibili, per l’assenza degli elementi tecnici a supporto delle ipotesi avanzate. Per esclusione si sarebbe dovuto proseguire sul fronte omicidiario, anche perché c’era un indagato, che, nonostante fosse caduto in mille contrasti e contraddizioni, è rimasto indenne anche da ogni ragguardevole dubbio di innocenza quanto di colpevolezza.

Nel 95, cioè dopo sei o sette anni dall’evento, sembrò diradarsi il fitto di quella nebbia. L’allora Capitano dei Carabinieri di Policoro, Salvino Paternò, svolgendo indagini serie, ipotizzò, ben documentandola, la causa omicidiaria, ma, per questo, ha pagato caro il prezzo di quella verità condannata ad essere sepolta, sin dal primo momento, da chi, allora potente, ha potuto finora sfoggiare la sua onnipotenza. Sicché è lecito per chi può fare il male: Non è lecito, per chi non può, denunciarlo. Ancora oggi infatti accade che chiunque si avvicini al caso, con l’intento di scoprire quella verità, subisce denunce, perquisizioni e minacce di vario tipo.

Le strategie utilizzate: tempo e frammentazione del caso in piccoli fascicoli, difficilmente rinvenibili con semplici astuzie. Il tempo è servito a favorire le prescrizioni, l’immemoria, il fiaccamento psicologico, il dissanguamento economico, puntando sul fatto che per venirne a capo ci sarebbe voluta, tra i diretti interessati, una mente allenata e competente in materia, e tutto lasciava ben sperare che non ci fosse tale possibilità soprattutto dopo la morte di mio marito, avvenuta sette anni fa, per non aver retto a tanto dolore, a tante ingiustizie.

Rimanendo da sola a lottare, la fatica a battermi diventava così, per gli avversari della verità, una passeggiata all’aria aperta.
Il tempo, la solitudine, l’indisponibilità economica, il dolore, elevato a potenze indefinibili, e l’ultimo colpo di coda dell’ennesima, sia pure immotivata, richiesta d’archiviazione avrebbero fatto il resto, offendendo oltre misura il diritto e la dignità persino del mio dolore, facendomi passare per una madre che poverina, non riuscendo a rassegnarsi – come altre nella sua stessa condizione hanno saputo fare – si era ostinata a vedere ciò che fior fiore di nomi, a livello anche nazionale, non ha visto.

Di certo c’è che quel fior fiore di nomi, non ha visto i dati certi presenti agli atti. Non conosco l’importanza di quei nomi, né quali siano i parametri di riferimento per valutazioni del genere. Io, certamente, non posso definirli esperti, degni di occupare quel posto, visto che non hanno letto gli atti, non hanno prestato attenzione ai fatti agli atti e, smentendosi clamorosamente a più riprese, hanno affermato l’insostenibile ipotesi del monossido di carbonio, escluso dalle analisi autoptiche effettuate sui tessuti molli nel 96, dal Prof. Umani Ronchi, perito d’ufficio.
Dalla recente autopsia si constata l’assenza degli organi interni di Luca, l’assenza dello sterno, l’assenza dell’osso ioideo, su cui era stata riscontrata una frattura, e, poiché le analisi sono ancora in corso il conto di ciò che manca è destinato a salire. Quali ragioni hanno indotto gli autori a profanare quei corpi? Sono state fatte sparire le parti che avevano subito violenza. Non ci sono neanche più i vestiti che mio figlio indossava quella sera, prima di andare a morire.
Il prof. Umani Ronchi in una intervista a Rai 3 Basilicata, il giorno dopo di questa scoperta, sconcertato, ha affermato di aver prelevato solo dei frammenti e di aver rimesso a posto tutto.

E qui la non inquietudine della coscienza di tutti coloro che continuano ad ostacolare il decorso della verità costituisce un aspetto altamente inquietante, per la difesa del diritto e la sicurezza dello Stato.
Vivere per me, in questi anni bui di deserto infuocato, è stata un’impresa faticosa, dolorosa, ma interessante. Mi ha fatto sperimentare, giorno dopo giorno, nonostante tutto, la bellezza e la gioia dell’esser vivi, innamorandomi di quell’Amore che tutto comprende e ingloba: un dono, per me, prezioso, poterlo servire con la mia lotta, il mio impegno, la Sua forza.

Voglio presentarmi a Luca come lui vorrebbe, e leggergli, nell’incontro, lo sguardo fiero e compiaciuto di un figlio amato da sempre e per sempre, elevando questo amore a divina potenza: ora unico fattore comune delle nostre vite, che unisce il cielo alla mia terra, in una continuità di prospettive sia pure diverse.
Ed è in virtù di questa mia nuova impostazione di vita, che vorrei poter perdonare tutto a tutti. Per poterlo fare ho bisogno, però, che qualcuno mi chieda perdono e mi restituisca la verità. Non voglio presentarmi a mio figlio a mani vuote.

La mia speranza, in questo momento, è rappresentata, ma ho paura a dirlo, dall’arrivo, al Tribunale di Matera, del nuovo Procuratore Capo, che porta con sé un’esperienza milanese significativa e forte, che lascia tutti ben sperare. Speranza già insorta, d’altra parte, con il rigetto della richiesta di archiviazione, prodotto nel Luglio scorso, dal GIP che ha esaminato il caso.

Più volte, in passato, mi sono rivolta a Presidenti della Repubblica, ai Ministri di Grazia e Giustizia, al Consiglio Superiore della Magistratura ed inoltrato interpellanze parlamentari. Le risposte:tutte formali, di circostanza e di convenienza.
Ho ben compreso che la nostra non è affatto una Repubblica Democratica fondata sulla sovranità del popolo. In realtà Sovrano è il Potere onnipotente dei potenti. Il popolo è lo strumento su cui poterlo esercitare alla grande, assoggettandolo, a seconda dei casi, con minime o massime promesse d’orti rigogliosi. Il giusto e l’onesto oggi sono costretti a subire la violenza dei delinquenti e l’indifferenza dello Stato. Entrambe cancellano i loro pur innegabili diritti. E il buio sociale si fa sempre più fitto. Il caos è totale e lo scontro, prima o poi sarà inevitabile. Dove non c’è giustizia non c’è pace. E cito quanto affermato da Papa Woitila “ Non c’è pace senza giustizia; non c’è giustizia senza perdono; il perdono esige il rispetto della verità”. Indubbiamente un popolo, indifeso dall’astuto, spregiudicato e vincente interesse personale dei tanti senza regole, senza misura, senza doveri, con prepotenti diritti e arroganti pretese, avrebbe una sola possibilità di sopravvivenza: farsi giustizia da soli come nel Far West.. Oggi più che mai si avverte impellente l’urgenza di una effettiva democrazia compartecipata.

Se lo Stato fosse presente in ogni realtà territoriale, conoscerebbe il grido di dolore che s’alza da questa terra. Ascolterebbe i tanti, come Don Marcello Cozzi, scrittori, giornalisti e operatori, nei vari campi, coraggiosi, che, denunciando, indignati, l’attuale degrado istituzionale, vengono fatti oggetto di persecuzioni, denunce e minacce. E lo Stato non può più ignorare, né più tacere.

Credo in Dio, perciò posso credere ancora negli Uomini, nel cuore degli Uomini, fatti a Sua Immagine e Somiglianza e credo tanto in Lei, Persona integerrima, Donna esemplare di mitezza e nobiltà, Prima Cittadina di questa Nazione, e per di più, leggendo nel Suo portamento e sguardo tanta amabilità, sento molto affidabile il Suo ruolo di madre degli italiani.
Vorrei potermi sentire tra i figli di questa terra con gli stessi diritti di quelli più fortunati di me a cui tutto è dovuto e non certo per virtù propria.
Spero che Lei voglia accogliere la mia richiesta di incontrarLa, per darmi la possibilità di sentirmi meno sola e finalmente rafforzata da una Presenza rasserenante come la Sua in questa mia lotta “sin oggi senza fine”, certa che possa presto concludersi come è giusto che sia.
Ho bisogno di riprendere fiducia nelle Istituzioni sapendo che qualcuno veglia, al di sopra delle parti e degli interessi personali, a vantaggio della verità.
Perdoni il mio dire se ha osato troppo. L’affido alla sua capacità di comprendere quanto mi parte dal cuore, sicura che giunga al Suo, con la stessa intensità e intenzione.
La Ringrazio infinitamente. Confido nel Suo cuore di madre attenta e generosa.
Vorrei poter essere non formale nel saluto ed esprimerLe,
con un abbraccio, tutta la stima e la speranza che io ripongo in Lei
Con riverente gratitudine
Matera, 14 – 01 – 2011 Olimpia Fuina Orioli



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