|
| 23 Novembre 1980, ore 19:34. Per non dimenticare. |
|---|
23/11/2010 |
| Trent’anni fa. Domenica 23 novembre 1980, ore 19:34. Due scosse sismiche devastanti, a distanza di pochi attimi l’una dall’altra, vicine al settimo grado della scala Richter, sconvolsero per novanta interminabili secondi una vasta zona dell’Appennino meridionale, cambiando per sempre la fisionomia di quella parte del territorio italiano compresa tra l’Irpinia e la Basilicata, in una area di circa 17.000 Kmq.
Il terremoto, che sempre colpisce in maniera indiscriminata tutto il ‘costruito’, città e villaggi, edilizia civile, scuole, ospedali, polverizzandone soprattutto la parte più vulnerabile, rappresentata dal patrimonio culturale (centri storici, edifici monumentali e chiese), devastò buona parte del tessuto urbanistico e architettonico della Basilicata, specialmente nel Vulture.
Tutti i 131 comuni della nostra regione riportarono danni. Fra questi, 63 furono ‘gravemente danneggiati’ e 9 inseriti negli elenchi dei comuni disastrati: Balvano, Bella, Brienza, Castelgrande, Muro Lucano, Pescopagano, Potenza, Ruvo del Monte e Vietri di Potenza.
Le vittime del terremoto nelle due regioni furono circa tremila. Più di ottomila i feriti e circa 280 mila gli sfollati.
In Basilicata, nella provincia di Potenza, persero la vita 146 persone. Solo a Balvano si contarono 77 morti, che rimasero sepolti sotto il crollo della facciata della chiesa di Santa Maria Assunta, dove si stava celebrando la Messa. Era domenica e la funzione era dedicata ai ragazzi: ne morirono 66, tra bambini ed adolescenti.
Ci furono 27 vittime a Muro Lucano, 20 a Pescopagano, 10 a Castelgrande e 7 a Potenza.
Dell’entità del tremendo terremoto, il più grave dell’Italia del dopoguerra, che oltre a distruggere un territorio intero ebbe effetti sconvolgenti sulla politica nazionale, non si ebbe subito un’esatta percezione, anche perché i sistemi di comunicazione, l’energia e, soprattutto, i collegamenti, furono interrotti. La dimensione dell’immane tragedia fu comprensibile solo alcuni giorni dopo le tremende scosse. Anche per questo, la macchina degli interventi pubblici stentò a mettersi in moto e gli aiuti nazionali cominciarono ad arrivare più di quarantotto ore dopo il sisma.
Lo Stato fu assente per giorni. Ancora in questi giorni, il commissario straordinario Zamberletti ricorda a Potenza il ritardo dei soccorsi e la mancanza di organizzazione. La Protezione civile nascerà dopo il terremoto, proprio a partire da questa terribile esperienza.
Fortissima e immediata fu, invece, la mobilitazione volontaria individuale, segno di solidarietà e generosità che non ebbero pari.
Indimenticabile anche l’intervento del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che si recò nella zona colpita poche ore dopo il terremoto e denunciò l’inefficienza della classe dirigente e degli apparati governativi.
‘Fate presto’, titolava a caratteri cubitali il Mattino di Napoli del 26 novembre, tre giorni dopo.
Noi abbiamo fatto presto.
La gestione dell’emergenza sismica, sotto il profilo del patrimonio culturale, è stata infatti tempestiva ed efficace. Forte e sistematico fu l’impegno delle strutture ministeriali presenti sul territorio lucano (ma anche campano) che seppero svolgere, nell’immediato e nei mesi ed anni successivi, un concreto e continuo lavoro di salvataggio, schedatura, restauro e conservazione delle opere d’arte e degli oggetti scampati alla catastrofe, che modificò per sempre il volto del paesaggio storico delle nostre regioni.
Già alle prime ore del giorno dopo, lunedì 24 novembre, gli uffici territoriali lucani del nostro Ministero, diretti da Michele D’Elia e Corrado Bucci Morichi (Beni artistici e storici e Beni monumentali), si mossero senza indugio, coinvolgendo e mobilitando tutto il personale in servizio, anche i più giovani appena assunti grazie alla Legge 285/1980. Vennero organizzati, con grande lungimiranza e tempestività, gruppi di ricognizione misti ed interdisciplinari, che furono subito operativi, prima nella zona del ‘cratere’ e successivamente in tutto il territorio regionale.
Nonostante le caratteristiche fortemente sismiche del nostro territorio nazionale e la ferita non ancora rimarginata del terremoto del Friuli di quattro anni prima, allora si era ancora agli albori di una metodologia sistematica di rilevazione dei danni, mancavano gli strumenti di rilievo e valutazione oggi a disposizione (che sono cresciuti anche sulla base di quella pionieristica esperienza)
Anche per questo, è veramente importante sottolineare la scelta dei soprintendenti, specialmente quella dello storico dell’arte Michele D’Elia, che da soli due anni guidava il giovane Ufficio di Matera, e il conseguente operato dei gruppi misti delle Soprintendenze lucane, che furono impegnati, forti di un prezioso confronto interdisciplinare, nel rilevamento dei danni, spesso aggravati dalla mancanza di manutenzione o addirittura dallo stato di abbandono di molti edifici, in particolare quelli religiosi, attraverso la compilazione di semplici schede, che permettevano di valutare in maniera ordinata ed omogenea la situazione del patrimonio storico coinvolto.
Come sempre, tra gli edifici più colpiti vi furono le chiese, di cui, tramite le schede, fu possibile registrare il crollo, lo stato di pericolo, i gravi danni o le semplici lesioni, che spesso seguono un quadro fessurativo già manifestato nel corso dei terremoti più antichi.
Già alla fine di dicembre il lavoro indefesso delle squadre operative miste aveva permesso di censire 1980 457 edifici storici danneggiati, di cui 130 con lesioni lievi, 153 con lesioni gravi, 89 pericolanti, 82 parzialmente o completamente crollati.
Tramite le schede fu anche possibile riconoscere e poi inventariare il patrimonio mobile conservato in questi ‘contenitori’ disastrati, che doveva essere urgentemente recuperato e messo in sicurezza.
Questa fu la principale azione della nostra Soprintendenza, che subito predispose a tal fine, a Palazzo Lanfranchi, uno speciale Deposito per il ricovero immediato delle opere d’arte.
Il deposito fu allestito inizialmente negli spazi attigui all’attuale sala Levi per poi essere spostato nella Chiesa del Carmine annessa al Museo, dove venne realizzata una razionale struttura a più piani per contenere tutte le opere provenienti dall’area più colpita del Vulture. Un’altra struttura venne montata su terrazzo di Palazzo Lanfranchi.
Dopo la prima settimana, durante la quale si scavò tra le macerie e la Soprintendenza fece ricognizioni, messe in sicurezza e pronti interventi, venne dichiarata aperta la fase dell’emergenza guidata dal Commissario straordinario Giuseppe Zamberletti. In questo lasso di tempo, che va dal 1 dicembre 1980 al 25 febbraio 1981, i gruppi operativi riuscirono a trasferire a Matera moltissime opere d’arte provenienti dalle zone del cratere: furono registrati ben 737 ‘numeri di carico’, che non corrispondevano però ad altrettante opere bensì a molte di più perché, per non disperderli, i gruppi omogenei (ad esempio busti reliquiari o paramenti e arredi sacri provenienti dalla stessa chiesa) furono immagazzinati insieme.
Ogni opera o gruppo di oggetti, se necessario veniva identificato attraverso il confronto con le fotografie presenti nell’Archivio fotografico o tramite gli inventari, già esistenti nell’Ufficio Catalogo, che permettevano di accertarne la provenienza.
Fu necessario predisporre uno studio di posa, per ottenere un ulteriore riscontro fotografico delle opere d’arte al loro arrivo.
Di 737 numeri di carico presenti nei nostri Inventari del Terremoto, va ricordato che sono state già riconsegnate ben 493 opere restaurate.
Sono ancora ‘attivi’ 244 numeri di carico, di cui 86 riguardano opere già restaurate che non è stato possibile ancora restituire anche perché le chiese di provenienza non sono ancora state restaurate o non lo saranno mai più. Più di 100 oggetti provengono da Muro Lucano, dove il restauro della cattedrale crollata, a cui afferisce la maggior parte degli oggetti, è ancora in fase di completamento.
Anche il dipinto simbolo del terremoto, la tavola di Cornelis De Smet, raffigurante la Madonna del Rosario ed eseguita nel 1590, proveniva dal transetto della monumentale cattedrale di Muro. Il dipinto, restaurato dalla Soprintendenza alla fine degli anni Settanta e appena riconsegnato alla comunità locale, venne trafitto da una delle travi del tetto distrutto.
Dal 25 febbraio 1981 al 3 marzo 1982, momento in cui si avviò, attraverso la legge 219/81, la Gestione programmata del post terremoto, nessuna opera d’arte venne consegnata alla Soprintendenza di Matera.
Dal marzo 1982 invece, le opere d’arte ritirate furono 718, delle quali già 571 sono state restaurate nei nostri laboratori o sotto la nostra sorveglianza e riconsegnate.
Rimangono ancora in deposito 147 opere, di cui circa metà già restaurate.
Lo specchietto riassuntivo riguardante i numeri delle opere d’arte transitate dai depositi della Soprintendenza di Matera permette di evidenziare due distinte fasi di lavoro.
L’emergenza dei primi 3 mesi, in cui si trasferì nei nostri depositi, senza alcuna possibilità di selezionare e in condizioni operative estremamente precarie, una enorme quantità di opere.
La successiva fase della gestione programmata, che si prolungò fino ai primi anni Novanta, fu consentita dall’attuazione della legge 219/81, che rese possibile la redazione di piani e progetti.
Non tutti gli interventi vennero eseguiti in amministrazione diretta, moltissimi restauri furono realizzati in loco o facendo trasferire le opere direttamente nei Laboratori di ditte esterne.
|
CRONACA
SPORT
|
Non con i miei soldi. Non con i nostri soldidi don Marcello CozziParlare di pace in tempi di guerra è necessario, ma è tardi.
Non bisogna aspettare una guerra per parlarne. Bisogna farlo prima.
Bisogna farlo quando nessuno parla delle tante guerre dimenticate dall'Africa al Medio Oriente, quando si costruiscono mondi e società sulle logiche tiranniche di un mercato che scarta popoli interi dalla tavola dello sviluppo imbandita solo per pochi frammenti di umanità; bisogna farlo quando la “frusta del denaro”, come ...-->continua
 |