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| Moliterno: il Lab2050 presenta il documentario di Signer “Django Reinhardt |
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19/11/2010 |
| Star internazionale, figlio di una danzatrice gitana, chitarrista virtuoso privato di due dita della mano destra, perse a seguito di incendio nella roulotte dove viveva. Cosa ci poteva di più romantico nel destino di Django Reinhardt? Una vita come la sua meritava non poteva non essere raccontata con la stessa passione messa all’opera dal regista belga Paul Singer nel suo bel documentario (appena venticinque minuti) “ Django Reinhardt:genio gitano” girato due anni a Parigi. Nato in un accampamento della periferia di Parigi nel 1910, abbandonato dal padre, il piccolo Django va per le strade con la chitarra a chiedere la mancia. A diciotto anni indice il suo primo disco e allo stesso tempo scopre la musica di Louis Amstrong e di Duke Ellington di cui rimarrà totalmente stregato. Avviato ad una carriera di successi, è costretto, però, a fermarsi a causa dell’incidente alla mano la quale ci mette quasi due anni per cicatrizzarsi. Quando ritorna sui palcoscenici di Parigi e del mondo Django è, comunque, il talento di sempre, il suo virtuosismo lo porta ad esplorare nuove armonie, sonorità formidabili ed un jazz senza l’apporto della batteria, tutto affidato alle potenzialità e vitalità delle corde. Con l’eccezionale violinista Stéphane Grappelli, “l’eclair aux trois doigs (il genio a tre dita) così come viene soprannominato gli americani, renderà belle e magiche le attività del mitico Hot club di France (prima associazione a promuovere il jazz Oltralpe. Morirà giovanissimo a quarantatre anni a Fontainebleu e il film di Signer oltre a ripercorrere la carriera di Django, ci ha conoscere un artista dalla personalità complessa che ha giocato d’azzardo in tutta la sua breve vita. Il docu-film viene proposto stasera allo Spazio Sankara (ore 21.30) dal Lab2050 di Salerno insieme al cortometraggio del francese Laurent Mira “Crimini dalla Cambogia”, un breve racconto in cui viene ricordato lo sterminio di sette milioni di cambogiani dal regime comunista di Pol Pot. Agghiacciante vedere scene in cui i carnefici di allora ripetono i gesti, le violenze ed indicano i luoghi dove avvenivano le torture. |
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Non con i miei soldi. Non con i nostri soldidi don Marcello CozziParlare di pace in tempi di guerra è necessario, ma è tardi.
Non bisogna aspettare una guerra per parlarne. Bisogna farlo prima.
Bisogna farlo quando nessuno parla delle tante guerre dimenticate dall'Africa al Medio Oriente, quando si costruiscono mondi e società sulle logiche tiranniche di un mercato che scarta popoli interi dalla tavola dello sviluppo imbandita solo per pochi frammenti di umanità; bisogna farlo quando la “frusta del denaro”, come ...-->continua
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