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L’inceneritore fermo al palo tra continui lavori e soldi spesi

28/09/2010



Potenza e i rifiuti: la città è come l’equilibrista che, sospeso su un filo, comincia pericolosamente a barcollare. Basta un alito di vento per precipitare. Si continua a trasportare l’immondizia in giro per la Basilicata: oltre a Salandra anche la discarica di Carpineto, a Lauria, dovrebbe accogliere i rifiuti prodotti nel capoluogo lucano. Tutto questo accade mentre l’inceneritore di San Luca Branca resta al palo: invece di bruciare i rifiuti finora ha «fagocitato» soltanto soldi. Anche quelli spesi (circa 500mila euro) per gli ultimi lavori di adeguamento che, proroga dopo proroga, sarebbero dovuti terminare il 30 giugno. Lo slittamento dei tempi è stato motivato dai ritardi nella consegna dei pezzi ordinati per le apparecchiature. Componenti particolari che, naturalmente, non si trovano mica al supermercato. Non appena sarà completato il sito, il Comune dovrebbe avviare la fase di collaudo che dovrebbe finire entro sei mesi.
L’inceneritore avrà una capacità di trattare 13, 14mila tonnellate all’anno che equivale esattamente alla quota di sopravaglio prodotta dal capoluogo (la restante parte delle 28mila tonnellate di rifiuti cittadini dovrà comunque finire in discarica. Dove?).
L’amministrazione fa sapere che questa volta siamo vicini al traguardo. Ma nella vicenda dei rifiuti mettere tutti d’accordo è un’impresa proibitiva. E se da un lato c’è chi sostiene che il termovalorizzatore consentirà di scongiurare l’emergenza immondizia, dall’altra si fa strada un sentimento ambientalista. C’è, insomma, chi è contento di questi ritardi legati all’attivazione dell’inceneritore. O, per meglio dire, vorrebbe che non partisse mai. San Luca Branca, Varco Izzo, Costa della Gaveta, Bucaletto e zone limitrofe tremano. Nei ricordi dei più attempati riemerge un passato di decessi inspiegabili, animali ammalati, terreni con taminati. È bastato far circolare in città, riesumata dagli ambientalisti, un’or - dinanza firmata dal sindaco di Potenza il 24 aprile del 1986 per riaccendere antiche paure: l’allora primo cittadino, Gaetano Fierro, ordinò l’isolamento e il sequestro di 85 polli, 5 tacchini e 30 pollastre di proprietà di un allevatore di contrada Vallone Calabrese e la disinfezione periodica del recinto e di tutta l’area circostante, con divieto di utilizzare abbeveratori. La decisione fu presa dopo l’esito positivo delle prove di laboratorio che riscontrarono la tubercolosi su un pollo dell’azienda agricola. Si associò quell’episodio alla diossina e al funzionamento, seppur per un pe riodo molto limitato, dell’inceneritore. Ecco perché soltanto l’annuncio della ripresa dei lavori per la messa in funzione del termovalorizzatore di San Luca Branca ha scatenato una dura reazione degli ambientalisti e dei residenti della zona. Due le contestazioni: 1. impianto obsoleto che continua ad assorbire ingenti risorse finanziarie e che non serve a risolvere i problema della raccolta dei rifiuti; 2. quando negli anni ‘80 quell’impianto era in funzione procurò disastri ambientali enormi, con la diossina che causò stragi di animali e problemi seri a tante persone. I residenti, in particolare, ricordano casi clamorosi di aborti spontanei nel circondario e animali nati con malformazioni come l‘agnello a due teste, inviato a Roma per analisi che non sarebbero mai state spedite a Potenza.
Partendo da queste riflessioni - e considerando che nello stesso raggio d’azio - ne opera un’altra struttura, la ferriera, che continua a sprigionare fumi - i residenti delle aree che gravitano attorno all’inceneritore alimentano la protesta degli ambientalisti «per scongiurare la riapertura dell’impianto. Non ci convincono le promesse di monitoraggio costante - dicono i cittadini - anche perché in Basilicata non si effettua alcun controllo della diossina. In nessun posto».
Massimo Brancati
Gazzetta del Mezzogiorno



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