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Melfi: i 3 operai "non possono lavorare". Appello a Napolitano

23/08/2010



Al cambio turno, i tre operai della Fiat – Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli – reintegrati dal giudice del lavoro sono entrati nello stabilimento di Melfi (Potenza). I tre operai sono accompagnati dagli avvocati e da un ufficiale giudiziario, Francesco D’Arcangelo. L'ingresso dei tre operai è stato accompagnato da un forte applauso degli altri lavoratori che stanno entrando per il turno delle ore 14. Dopo aver passato il tornello i tre si sono fermati nella cabina dove vi sono i sorveglianti. Fuori giornalisti, fotografi e cineoperatori davanti davanti ai cancelli dello stabilimento di Melfi (Potenza).

Nonostante il telegramma inviato sabato dal Lingotto in cui si dice che «non intende avvalersi delle loro prestazioni», pur garantendo la retribuzione, almeno fino al 6 ottobre quando sarà discusso il ricorso presentato da Torino al Tribunale di Melfi. Un nuovo braccio di ferro, dunque, tra azienda e lavoratori che non manca di creare tensioni.

E oggi, ai cancelli della fabbrica ad attendere l’arrivo dei tre lavoratori, licenziati a metà luglio e poi reintegrati dal giudice del lavoro circa due settimane fa, ci sono anche un presidio organizzato dalla Fiom, a cui i tre sono iscritti. Pronto, in caso di blocco, l'intervento delle forze dell’ordine ed, eventualmente, l’azione penale, secondo la linea studiata dai legali della Fiom.

«Il telegramma inviato dalla Fiat è un atto autoritario affrettato, sbagliato e in evidente contrasto con le leggi del nostro Paese», attacca il segretario generale delle tute blu della Cgil, Maurizio Landini. Al telegramma, la Fiom ha replicato con una lettera di diffida inviata all’azienda in cui si richiama la condotta antisindacale e la responsabilità penale in caso di inosservanza di un provvedimento legale.

Ma «ci auguriamo un atto di saggezza e di responsabilità da parte della Fiat che consenta ai tre lavoratori di rientrare in fabbrica», aggiunge Landini. Di certo, «ci presenteremo al nostro posto di lavoro», assicura Barozzino parlando anche a nome degli altri due lavoratori, Lamorte e Pignatelli. Ma a respingere la scelta del Lingotto non è solo la Fiom, anche le altre organizzazioni sindacali – Fim, Uilm e Ugl – si schierano contro la mossa del Lingotto. Il decreto «va rispettato», dicono all’unisono.
Anche il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, si rivolge alla Fiat: «Si attenga al verdetto dei giudici; diversamente rischia di essere l’altra faccia della Fiom, di rincorrere le sue provocazioni», a scapito del progetto Fabbrica Italia. «L'azienda sbaglia a non garantirne il rientro», sostiene il numero uno della Fim, Giuseppe Farina.

E rende il clima delle relazioni industriali sempre più pesante, avverte il segretario generale Uilm, Rocco Palombella: no ad «atti di imperio». Anche la sinistra non ci sta. Il coordinatore della segreteria nazionale del Pdci-Fds, Alessandro Pignatiello: «Visione ottocentesca che va rispedita al mittente... caporal Marchionne».



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