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Ventiquattro anni fa la frana di Senise

26/07/2010



Il suono di un clacson prolungato e insistente: l’allarme in paese venne dato in questo modo, affinchè la gente dei quartieri vicini, destata dal sonno, uscisse di casa e riuscisse a salvarsi da quello che, da subito, molti pensavano fosse un terremoto. Qualcuno spaventato e intontito dal sonno interrotto, una volta uscito di casa, posato lo sguardo verso l’alto, si trovò spettatore di una scena apocalittica. “La collina! Viene giù la collina!” dicevano, mentre da lontano voci di donne urlavano “I bambini! Prendete i bambini!”. Chi invece su quella collina c’era raccontò di come tutto accadde in pochi minuti e di come si notasse che “il palazzo accanto era completamente crollato, mentre di un altro edificio il primo piano non esisteva più e il piano terra si sgretolava sotto gli occhi increduli e spaventati”. Sono trascorsi esattamente venti anni dall’alba tragica di collina Timpone. Un’alba nera per l’intera comunità di Senise, che in pochi istanti vide svanire per sempre una decina di palazzine e, su tutto, la vita di otto persone, tra le quali quelle di quattro bambini, nonché il dolore perenne e senza più lacrime, di chi all’improvviso rimase senza un padre, senza una madre, senza figli. È un anniversario imperniato dell’atmosfera luttuosa di quei giorni di due decenni fa, come se oggi il tempo si fosse fermato sulla “timpa nivura”, come le schiette litanie dialettali definiscono con disprezzo la collina. Alle 4 e 10 di ventiquattro anni fa, la cima del Timpone fu ingoiata letteralmente da una voragine profonda oltre 30 metri. Chi ha vissuto quei terribili momenti racconta di aver sentito un rumore “simile a quelli che emana il mare in tempesta quando si infrange sugli scogli” oppure “sordi boati simili al galoppio di cavalli”. Poi lo schianto dei calcinacci contro la terra, poi il polverone, poi la fuga lontano dalle abitazioni e il timore per il terremoto. E quando, pochi istanti dopo, fu chiaro a tutti che non si fosse trattato di terremoto, la collina entrò nell’immaginario collettivo come il simbolo oscuro dell’evento più tragico nella storia del paese. Un evento che, fin da subito mobilitò istituzioni, vigili del fuoco e volontari; molti scavarono a mani nude per cercare di estrarre dalle macerie i corpi dei dispersi, sepolti da oltre dieci metri di sabbia. Alla fine, il bilancio fu pesantissimo: due coppie di coniugi, la figlioletta di una di loro dell’età di appena un mese e gli sfortunati fratellini Durante, di 15, 12 e 8 anni. Due giorni dopo fu il silenzio di oltre 5mila persone raccolte nella piazza principale di Senise ad accompagnare le otto bare, durante i funerali. “Dolore e rabbia” scrissero i giornali, perché la tragedia lasciò lo strascico di pesanti punti interrogativi, primo fra tutti “il disastro poteva essere evitato?”. La collina franata a Senise era da tempo conosciuta come una zona ad alto rischio idrogeologico. Un anno prima del forte smottamento, nella stessa zona se ne era verificato un altro, anche se più leggero, tanto che il Genio Civile di Potenza aveva consigliato di bloccare qualsiasi opera di edificazione. Lo sbancamento della collina in più parti per realizzare opere di edilizia popolare (“tutte con regolare licenza edilizia”come precisarono all’epoca dal Comune) avvenne senza preliminari opere di consolidamento per la messa in sicurezza del territorio. “Sarebbero bastati 4 miliardi- dichiarò Mario Del Prete, allora docente all’università di Viterbo, al quale fu commissionato uno studio della zona- e forse adesso sarebbero tutti vivi”.










Nelle stanze del Comune di Senise non esiste un archivio dedicato alle opere realizzate in seguito alla frana del 1986. E, come spiegano dallo stesso Comune, è difficile anche reperirlo in Regione. Nessuna documentazione che attesti l’avvenuto collaudo dei lavori. Eppure, al di là dell’indiscussa tragicità, l’imponenza della frana di Senise si manifesta anche nell’entità dei fondi stanziati e nelle opere previste. Solo per il consolidamento, per esempio, furono stanziati inizialmente circa 26 miliardi di lire. Sei miliardi per la ricostruzione. Una parte degli interventi ha riguardato la messa in sicurezza della collina franata, con la realizzazione di muri di sostegno su pali con tiranti collocati all’interno del terreno per consentire una maggiore stabilità alla struttura. La seconda parte riguardava sia le abitazioni danneggiate dalla frana sia la realizzazione di pozzi drenanti e la messa in sicurezza di fronti di scavo apparentemente in pericolo. La funzione dei pozzi è quella di svuotare le falde acquifere presenti e scaricare l’acqua nel fiume Serrapotamo. Le opere di consolidamento effettuate dopo il 1986 rappresentano, però, un intervento “incompiuto” , come è stato definito dal professore Vincenzo Cotecchia, in occasione di un convegno tecnico tenutosi a Senise in occasione del ventennale della frana appena due anni fa e dedicato proprio allo smottamento. “Quello dei pozzi drenanti- spiegava- è un sistema che ha sicuramente fatto vedere i suoi effetti all’inizio. Ma il tempo è sfavorevole perché non c’è stata una grande manutenzione”. Zero manutenzione che equivale ad un’efficienza relativa poiché tutti i pozzi sono tra loro comunicanti e se anche se ne ottura uno soltanto, in quelli precedenti si inizia a raccogliere l’acqua e le falde intorno si ricaricano. E solo da poco più di un anno, con interventi promossi nell’ambito della legge 226 sulla difesa dal rischio idrogeologico, una parte di questi pozzi è stata controllata e ripulita.


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