da Mondo Basilicata
Nicola Sole, consumato nel fisico e nello spirito, moriva l’11 dicembre 1859, alla vigilia dell’unità d’Italia, tanto sognata. L’aveva cercata ma non la vide; aveva desiderato la gloria letteraria e per essa aveva profuso ogni energia; ma, complessivamente, rimase lontano dalla grande poesia. Di lui resta soprattutto il messaggio, se non il “documento” umano, che ne fa un poeta tipicamente lucano, con quanto nell’aggettivo “lucano” è compreso. Quanto invece al suo modo di far poesia, se c’è un poeta nazionale che a lui si può accostare, quello è Vincenzo Monti, anche se tra lui e Monti corrono letterati che andarono ben oltre il Monti. Si vuol dire di Foscolo, di Manzoni, di Leopardi, ma anche di autori stranieri da lui amati, quali Lamartine, Ossian e Byron. Non solo. Di mezzo c’è anche il Risorgimento, che gettò passioni nei cuori di tanti poeti e scrittori anche minori, quali Berchet, Mameli, Mercantini, Rossetti, D’Azeglio, Fusinato, ecc. Ma questi “eventi” storici e culturali non riuscirono a dare adeguata robustezza alla poesia del Sole. Risorgimento e tempi politici lo trovarono partecipe più per curiosità di poeta che per forte sentire. In materia di politica, di fatto, non andò oltre il giobertismo. La stessa idea dell’unità d’Italia appare in lui letteraria e sfumata. E’ quanto dire che il Sole fu autentico e veramente schietto per fede nella poesia e per fede religiosa, alla radice delle quali sembra di poter cogliere uno stesso desiderio di affetto. Sul piano esistenziale, infatti, la sua vita fu quella di un solitario, nato, peraltro, con fastidiosa malformazione ad un piede. Ebbe, a guardar bene, una infanzia e una adolescenza prive di calore. Presto era rimasto orfano del padre. I suoi studi, e quindi la sua formazione, avvennero fuori di casa, in ambienti neutri e freddi. A prendersi cura di lui, furono uno zio e un fratello, ambedue preti. Lo zio lo mandò prima nel seminario di Tursi, quindi a Napoli, dove, sempre per volontà dello zio, seguì un corso di medicina. Solo dopo la morte dello zio poté scegliere giurisprudenza, secondo i suoi desideri. Appare, dunque, uomo sostanzialmente frustrato e compresso. Letterariamente, la Napoli che incontrò era quello di Basilio Puoti e di Vincenzo Monti. Lì imparò bene la tecnica versificatoria, confondendola con la poesia. Stupisce, in lui, la varietà dei metri. A dare vita a quei contenitori, però, non bastava la confessione delle proprie sofferenze, oppure un sentimento religioso, certo schietto, ma troppo ingenuo e facile. Nulla, infatti, vi è dell’intensa e drammatica problematicità del Manzoni. Si avvertono, nel primo Sole, gli echi dell’Arcadia, da cui, del resto, non fu mai lontano e cui fu anche iscritto. Nella canzone giovanile Il menestrello, il poeta è una sorta di umile girovago che presta orecchio all’umanità più varia. Il menestrello del Sole, insomma, è, come il Monti, poeta dell’orecchio e “giornalista della poesia”. Non meraviglia, dunque, che, quando scoppiarono i moti del 1848, Sole fu presente e se ne fece cantore. Non fu il solo, perché un notevole gruppo di giovani poeti lucani si tuffò nell’evento e cantò le speranze di tempi nuovi. E fu la svolta dell’Arpa lucana, raccolta poetica con cui si dava spazio ad una poesia patriottica e pedagogica. L’arpa che il Sole imbraccia è lucana, essendo arpa che vuole e sollecita la gente lucana ad un manzoniano “riscatto”, sia pure intorno alla figura di Pio IX e all’idea federalista di Gioberti. Pio IX è l’angelo mandato da Dio in soccorso dell’Italia. Il menestrello, insomma, dimette il tono flebile e dimesso, diventando il bardo e facendosi, foscolianamente, “evocatore di eroi”. Foscolo, infatti, permea tutta la raccolta con molteplici echi e riporti. Nato a Senise il 30 marzo 1821, Nicola Sole rimase orfano del padre e fu affidato allo zio sacerdote Giuseppe Antonio Sole, che si occupò della sua formazione. Fu perciò inviato nel seminario di Tursi, dove rimase dal 1831 al 1835 e incominciò a gareggiare con i compagni in improvvisazioni poetiche, primeggiando su tutti. “Dal seminario - ci racconta De Grazia - Nicola Sole passò a S. Giorgio Lucano, a S. Chirico Raparo, a Latronico per continuare gli studi nelle tramontate scuole allora tenute dai dotti dei paesi. Si avviò poi agli studi di medicina in Napoli, ma preferì gli studi di legge, nei quali ebbe a maestro Antonio Fortunato di Senise, un dotto uomo, che era stato repubblicano nel 1799, condannato a morte, poi esiliato, e soltanto ai tempi di Gioacchino Murat potè rientrare nel suo paese. Il Sole ritornò a Napoli e poi a Potenza, ove cominciò ad esercitare con successo l’avvocatura penale, e pubblicò Il Menestrello e L’Arpa lucana, raccolta di canti in cui rivivono le antiche glorie della Lucania e le aspirazioni patriottiche del 1848, e Carlo Alberto e Pio IX, Gioberti e una ‘lega italica’ e la guerra all’Austria. Nella sua lunga dimora a Potenza, pubblicò versi in morte di D. Simeone Oliva, pittore, nato a Tursi; in morte della moglie di Nicola Alianelli, il grande giureconsulto nato a Missanello; in morte del giudice Angelo Maria Sarli; cantò la monacazione delle sorelle Vincenza e Margherita Addone; tradusse l’inno a S. Gerardo; cantò la morte di Nicola Maria Corbo, con animati colori del paese di Avigliano, e scrisse un Inno al gatto delle sue prigioni. Era ancora, direi quasi, il poeta paesano, ma nell’Arpa lucana aveva cantato il ‘Mare Jonio’ che è tutta un’armonia di memorie dei lidi ionici, ai tempi della Magna Grecia, carme ispiratogli dal suo soggiorno a Tursi, presso le antiche Eraclea e Siri, e rafforzato dalla lettura del Primato del Gioberti. I monti della nostra Lucania, l’Alpe di Latronico, a lui così familiare, lo affascinarono e cominciò a cantare i monti della Palestina, ma non pubblicò che il solo Carmelo: gli altri egli lasciò incompleti. Mentre componeva versi elaborati, conservò sempre la facoltà di comporre degli improvvisi. A Potenza improvvisò nelle case di Emanuele Viggiani e di Paolo Magaldi. Nel 1847 venne a Potenza il Regaldi e Nicola Sole e il sacerdote Don Marco Sabia e Michele De Carlo di Avigliano gareggiarono con lui. Implicato in un processo politico, fu carcerato e assolto; compromesso nuovamente, ramingò fino al 1856 di casa in casa a Senise e altrove. Ritornò a Napoli, dove continuò a fare l’avvocato, lo scrittore e il poeta, tornando spesso al suo diletto paese, alla sua diletta villa dei Cappuccini. A benefizio dei danneggiati del terremoto del 1857 fece una prima edizione dei suoi migliori canti, vi riprodusse, limato, il carme Al Mare Jonio e pubblicò il Salmo per il terremoto del 1857, tanto commovente e tanto sonoro e tanto colorito da scene e figure della nostra terra; Al rossignuolo è un inno al canoro augello. Tutti questi canti rispecchiano le nostre sciagure, le nostre glorie, i nostri monti, le natie intime valli, i nostri fiumi, i nostri alberi in fiore. L’idillio Le due madri canta una comune scena serotina di una donna e di una capra, ritornanti al casolare. E per tacere di tanti altri componimenti, ricorderò Il Viggianese, perfuso di tanta mestizia per il girovago suonatore di arpa, che ritorna alla sua Viggiano, rovinata dal terremoto. A Senise morì nel 1859”
Giovanni Caserta |