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Prigioniero in India «Tre anni vissuti in un vero inferno»

18/05/2010



Angelo Falcone, il 29enne nato a Bobbio (Piacenza) ma di origini lucane, di Rotondella, dove è nato e dove è tornato a vivere da alcuni anni il padre, Giovanni, carabiniere in pensione, ha trascorso ieri il suo primo giorno in Italia dopo tre anni, due mesi, e sette giorni «vissuti» in India. Nel Paese asiatico il cuoco italiano, lì in vacanza con il suo amico Simone Nobili, accusato di traffico internazionale di stupefacenti è stato prima arrestato, poi condannato, ed infine assolto. Un’odissea. «Ora ho bisogno di riposare – ha detto. Poi, voglio sposarmi e trovare un lavoro». Poche parole che testimoniano della sua volontà di tornare ad una vita normale. Domenica sera, dopo il suo arrivo a Bobbio, dove vivono la madre Silvye Bongiorni e la sorella Denise, è stata festa con i parenti più stretti, compreso il “grande padre”, Giovanni, colui che è stato capace di agitare fuoco e fiamme a difesa dell’innocenza del figlio. «Non vedo l’ora di mangiare i tortelloni di pasta fatta in casa”, ha esclamato Angelo stanco e frastornato mentre varcava il cancello di casa. Quella casa dove era atteso da quel 9 marzo del 2007 in cui egli, insieme a Simone, fu arrestato dalla Polizia indiana. «Non potete immaginare cosa ho passato in carcere», ha spiegato. Esperienza tanto dura che, ha confessato al padre, ha anche pensato il suicidio nei primi giorni della detenzione. Sia lui sia Simone si ammalarono di epatite virale. Angelo era ridotto ad uno straccio quando fu ricoverato in ospedale. Ma ci rimase solo due giorni. Meglio tornare in carcere. «Il carcere è stata l’esperienza più dura della mia vita».

Un’esperienza che segna la vita di tutti. Figurarsi di chi deve subirlo in un Paese straniero, innocente. Innumerevoli i suoi appelli alle autorità italiane perché intervenissero in suo favore. Così, egli, incensurato in Italia, chiese aiuto, insieme a Simone, nel dicembre 2007: «All’inizio dell’anno siamo andati in India per una vacanza. Dopo Nuova Delhi abbiamo visitato Varanasi e Jaipur, poi abbiamo scelto di andare a Mandi, in Himachal Pradesh. Lì abbiamo conosciuto un indiano che ci ha invitato nel suo villaggio. Ma la sera del 9 marzo i poliziotti hanno fatto irruzione nella casa che ci ospitava. Non avendo trovato niente ci hanno portati alla stazione di polizia: abbiamo chiesto invano di poter contattare l'ambasciata italiana, e ci è stato detto che soggiornavamo illegalmente in una casa privata. Con la violenza abbiamo dovuto firmare una dichiarazione in lingua hindi.

Il giorno dopo abbiamo capito che dalla dichiarazione risultava che eravamo stati fermati ad un posto di blocco in auto con due indiani e 18 chili di hashish. Abbiamo chiesto ai poliziotti perché avevano inventato questa storia e loro ci hanno risposto che non avevano un mandato di perquisizione per la casa. La stessa polizia ci ha chiesto se eravamo disposti a pagare almeno 10 lack (20 mila euro circa) a qualche poliziotto compiacente o se volevamo offrire dei soldi ai due indiani per addossarsi la colpa. Da nove mesi siamo in prigione ed abbiamo preso l’epatite virale. Speriamo che l'Italia non ci dimentichi».

E l’Italia non li ha dimenticati. Difficilmente, però, questo giovane potrà dimenticare questi anni della sua vita. Da qui il suo quasi accorato appello al riposo. Probabilmente, non si aspettava tutto l’interesse mediatico che lo circonda. Ieri è stato tutto un telefonare di stampa e tv. Lui ha parlato poco. Comprensibile dopo tutto quel che gli è accaduto. Il mondo gli è sembrato crollare addosso quando il 22 agosto 2008 fu condannato a 10 anni di detenzione: «Cosa volete che vi racconti, potete immaginare il mio stato d’animo». Sino all’assoluzione, in appello, il 3 dicembre scorso. Poi, l’attesa per il ricorso delle autorità indiane, respinto, quella per riavere il passaporto ed il foglio di via. Mai foglio di via fu tanto gradito: «Ho capito che il mio incubo era finito quando sono sceso dall’aereo, a Milano Malpensa». Domenica, ad aspettarlo, c’era anche il suo fido cane Argo. Ulisse (Angelo) era tornato ad Itaca (Bobbio) atteso da Penelope (la madre Silye, la sorella Denise, il padre Giovanni). Ed ora è atteso anche a Rotondella dove sarà festa di piazza: «Verrò al più presto».
di FILIPPO MELE
Gazzetta del Mezzogiorno



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