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| Famiglie disperate, 24mila i lucani non autosufficienti |
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23/02/2010 |
| È una «bomba demografica» pronta ad esplodere. Un fenomeno che viene sottovalutato a giudicare dal flebile impegno finanziario che le istituzioni prevedono in questo settore. Oggi, in Basilicata, sono circa 24mila le persone non autosufficienti (soprattutto anziani), un numero destinato a crescere in misura esponenziale, amplificando ulteriormente le criticità esistenti.
Qualcuno, in Italia, ha capito che occorre alzare l’asticella: c'è uno squilibrio assurdo tra Nord e Sud. A Bolzano, tanto per fare un esempio, la spesa per i non autosufficienti è di 400 euro a testa, mentre scendendo nel Mezzogiorno la media è di appena 20 euro. Stona anche la differenza tra i 336 milioni di euro messi a disposizione dall’Emilia Romagna per la «causa» e i 6,7 milioni della Regione Basilicata, di cui il 90 per cento destinati ad attivare il cosiddetto «assegno di cura», mentre la restante parte utilizzata per progetti a favore della «domiciliarità in situazioni straordinarie».
Gocce nell’oceano. Uno sforzo in più, non c’è dubbio, rispetto al misero milione stanziato negli anni scorsi, ma le esigenze del bacino d’utenza sono di gran lunga superiori rispetto a quanto può produrre un plafond del genere. E anche i 300 euro di sussidio previsti dall’«assegno di cura» sono un alito di fiato nel tifone del fenomeno. Da tempo la Fnp Cisl di Basilicata denuncia il problema, parlando di una vera e propria emergenza i cui effetti iniziano ad invadere non solo la fascia degli «ultimi» (quelli con la pensione al minimo, ovvero meno di 1.000 euro) ma anche una fascia media come nel caso della famiglia Rezzuti (si veda articolo in basso), con una rendita che si aggira intorno ai 1.300 euro mensili.
In previsione di scenari «apocalittici» occorre entrare nell’ottica di dover pianificare, da qui a 5-10 anni, una politica del welfare seria e ad ampio respiro. Il tema della non autosufficienza non riguarda solo gli anziani, ma intere famiglie: ci sono casi di cittadini che per dedicarsi alla cura del congiunto la sciano il posto di lavoro o rinunciano a un’occupazione.
Bene, anzi, male: a loro non viene riconosciuta alcuna indennità. Fino a quando a livello nazionale non si prenderà coscienza del problema, prevedendo misure concrete per le persone più bisognose, e a livello locale il fondo regionale non verrà dotato di risorse adeguate, il peso economico, psicologico ed organizzativo dei 24.000 non autosufficienti lucani resterà a gravare sulle famiglie. Che (è proprio vero, al peggio non c’è mai fine) diventano sempre più povere. Il tutto si configura come un vero corto circuito. Al momento senza vie di fuga. Il risultato? Famiglie «devastate» dai debiti, con mariti, mogli, nipoti e figli che per garantire l’assistenza si «svenano» tra rinunce e sacrifici.
LA TESTIMONIANZA: "L'ASSISTENZA QUOTIDIANA COSTA 2.000€ AL MESE"
Disoccupata, il marito in cassa integrazione, due figli e una madre non autosufficiente ospitata in una casa di cura. Il caso di Gilda Rezzuti di Potenza è comune a molte altre famiglie lucane. E testimonia le difficoltà a cui va incontro chi vive in prima persona il dramma di una persona da accudire 24 ore su 24 con tutto quanto ne deriva in termini di spesa e impegno.
Ogni mese Rezzuti spende 1.100 euro di retta per la casa di cura. Soldi che la signora preleva dal conto corrente della madre, «rimpinguato» da anni di sacrifici, dalla pensione e dall’assegno di invalidità. «Complessivamente - dice Rezzuti - mia madre riesce a prendere ogni mese 1.300 euro tra pensione e indennità. Nonostante la cifra non sia tra le peggiori, siamo ormai al limite».
Sta dicendo che presto non avrà più i soldi per pagare l’assistenza?
«Sì, perché il libretto dei risparmi si sta sempre di più assottigliando e ci sono altre spese aggiuntive come i medicinali. Senza contare, poi, che se mia madre dovesse peggiorare ulteriormente la retta è destinata ad aumentare».
Ma se sua madre è ospite di una casa di cura, perché è costretta anche a pagare una badante?
«La struttura non è in grado di garantirle un’assistenza 24 ore su 24. Lei ha bisogno di una persona che faccia da sentinella per le sue esigenze. Grazie all’assistenza extra abbiamo fatto in modo che mia madre, reduce dalla rottura del femore, potesse proseguire il percorso di riabilitazione. Oggi, per fortuna, sta in piedi. Altrimenti sarebbe stata parcheggiata in un letto con tutte le conseguenze che ne derivano, a cominciare dalle piaghe».
A questo punto non era meglio tenerla in casa e pagare solo una badante?
«Non avrei risparmiato, anzi. L’assistenza permanente a domicilio costa almeno 1.400 euro al mese».
Conti alla mano, in base alla sua esperienza, quanti soldi servono per assistere un non autosufficiente?
«Ci vuole un’entrata mensile di almeno 2.000 euro se vogliamo che queste persone possano vivere una vita dignitosa».
L’assegno di cura che prevede un contributo di 300 euro può essere utile?
«Non serve a nulla. E sarà un flop perché i requisiti richiesti impediranno a molte persone di accedere alle risorse. Il bando fa riferimento al reddito del nucleo familiare relativo al 2008. È assurdo perché in due anni cambiano tante cose. Nel mio caso, ad esempio, mio marito all’epoca lavorava e mia madre abitava con me».
di MASSIMO BRANCATI
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Non con i miei soldi. Non con i nostri soldidi don Marcello CozziParlare di pace in tempi di guerra è necessario, ma è tardi.
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