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| Moliterno, domani presentazione del cortometraggio “Rusariu ri Natali” |
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15/01/2010 |
| MOLITERNO - L’epigrafe dei titoli di coda cita il grande poeta tedesco Friedrich Holderlin “Chi ha pensato a ciò che è più profondo ama ciò che è più vivo”. Sono parole che Vincenzo Galante ha voluto incastonare nel suo nuovo corto “Rusariu ri Natali” per meglio scavare nel mistero di un’antica tradizione locale che era quella di recitare in varie abitazioni il rosario in lingua
dialettale. Un rito devozionale che nel tempo è andato via-via disperdendosi. Fino a scomparire del tutto. Solo a casa di
“zia-Rusinella” , al rione Seggio, la tradizione e la fede resistono.
E dal 16 al 24 dicembre, tutte le sere si recita (e canta)
il “Rusariu ri Natali”. Da zia-Rusinella arrivano in prevalenza donne del vicinato, ma può capitarvi chiunque, anche giovani e bambini.
Il sentire della fede è, naturalmente, la traccia principale che spinge ciascuno alla declamazione del rosario. Ma nella preghiera si intrecciano altri elementi attinenti alla grammatica dell’etnologia e del canto popolare.
E nel caso, zia-Rusinella diviene la “maestra concertatrice”, è lei che, dentro la trasfigurazione di una nenia fideistica-popolare, batte il tempo e il ritmo dello scorrimento dell’ Ave Maria e dei Gloria Padre…
Un salmodiare è il rosario in dialetto moliternese che ha la forza mistica di un mantra orientale per come può catturare l’anima e la psiche, per come può agevolare un processo catartico di fede, emozioni e sentimenti. Il cortometraggio di Galante viene presentato per la prima volta questa sera (ore 21.00) proprio nell’abitazione (idea insolita) in cui è stato girato, ad assisterlo saranno in prevalenza le stesse persone che si vedono nel film. Hanno un taglio etno-antropologico le brevi sequenze del girato di Galante, ma dietro la cortina di un rituale di voci e gesti (vedere il movimento delle dite che permettono lo scorrimento dei grani delle corone del rosario) c’è la realizzazione di un cinema che si misura ancora una volta su una povertà di mezzi esecutivi e sulla spinta di guardare negli scrigni di microstorie e tradizioni che si sforzano di resistere alla polvere del tempo.
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Non con i miei soldi. Non con i nostri soldidi don Marcello CozziParlare di pace in tempi di guerra è necessario, ma è tardi.
Non bisogna aspettare una guerra per parlarne. Bisogna farlo prima.
Bisogna farlo quando nessuno parla delle tante guerre dimenticate dall'Africa al Medio Oriente, quando si costruiscono mondi e società sulle logiche tiranniche di un mercato che scarta popoli interi dalla tavola dello sviluppo imbandita solo per pochi frammenti di umanità; bisogna farlo quando la “frusta del denaro”, come ...-->continua
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