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San Paolo, condannato a 9 anni per botte, minacce e stupri a moglie e figlia

3/11/2009



Non ha un lavoro fisso, chi lo conosce lo descrive come un burbero, un asociale. Per la giustizia è anche un «mostro» perché, come stabilito dai giudici di primo grado, ha violentato una figlia minorenne. E perché ha maltrattato per anni gli altri tre figli e la moglie. Così su A. F., nato a San Giorgio Lucano 46 anni fa, ma residente a San Paolo Albanese, si è abbattuto il fendente del tribunale di Lagonegro che ha condannato l’uomo a 9 anni di reclusione per violenza sessuale aggravata e maltrattamenti in famiglia.
Condanna più dura di quella proposta dal pubblico ministero (che aveva chiesto 8 anni). Gli episodi si sono consumati nella casa di San Paolo Albanese tra il 1997 e il 2006. Vivere lì era diventato un inferno per i quattro piccoli e per la moglie dell’uomo. Il raptus violento di A. F. esplode prima nei confronti della moglie, non italiana: calci, pugni, schiaffi, morsi sulle braccia. Ma lei non corre a denunciarlo o a raccontare a qualcuno ciò che le sta capitando. È terrorizzata. Ha paura. Così lui ne approfitta e continua a maltrattarla. Per cinque anni, dal 1997 al 2002. Poi la donna fugge in Germania ma, dopo circa un anno, viene raggiunta dal marito e convinta a ritornare. Ma le cose non cambiano. Anzi. Dopo la moglie, analoga sorte è toccata ai figli. Calci pugni e schiaffi anche a loro. Li picchia anche con la cinghia dei pantaloni e con un bastone. «Non ditelo a nessuno, altrimenti vi uccido», avrebbe minacciato. Parole che tengono i ragazzi in uno stato di paura e soggezione. L’«orco» proibiva loro anche di frequentare amici e altre persone che fossero estranee al nucleo familiare, rinchiudendoli a chiave nelle loro stanza e mandandoli a letto senza cena. Se avessero riferito a qualcuno le violenze subite, diceva che li avrebbe ammazzati con le asce che aveva in garage. Pare che su ogni ascia avesse impresso le iniziali di un figlio.
Così anche i bambini, terrorizzati, tengono nascosto l’obbrobrio. Ma poi, verso la fine del mese di maggio del 2004, il padre-padrone picchia talmente forte uno dei due maschietti da causargli la frattura di un braccio. In precedenza aveva picchiato l’altro maschietto procurandogli ferite al capo. Ma non basta.
L’uomo, non pago delle sevizie, violenta una delle due femminucce. Una bimba appena dodicenne. La spinge con forza sul letto, la spoglia e la costringe ad avere rapporti sessuali con lui per due volte nell’arco della stessa giornata, minacciando di picchiarla con la cintura e addirittura di ammazzarla con l’ascia se avesse tentato di divincolarsi o di urlare.
È il mese di settembre del 2006. A quel punto la madre non ce la fa più. La donna trova il coraggio di fuggire di nuovo. Questa volta, però, porta con sé anche i figli nel tentativo di salvarli da quell’inferno. Nel frattempo si era anche confidata con una vicina. Fu quest’ultima a raccontare ciò che accadeva nella «casa degli orrori» e ad allertare le forze dell’ordine. Scatta così la denuncia e si mette in moto la macchina della giustizia che ha portato al processo e alla ha condanna dell’«orco» a 9 anni di reclusione.
Pino Perciante
Gazzetta del Mezzogiorno



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