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Io, pediatra dico: non vaccinate contro l'influenza A

2/11/2009



«Dobbiamo evitare le vaccinazioni inutili. E siccome ci sono ancora incognite sulla sperimentazione eseguita, io non farei fare questa vaccinazione per l’influenza A ai bambini che non abbiano altre patologie». È una voce fuori dal coro quella di Lorenz o Cristofori, pediatra da oltre trent’anni, massimalista della Asl a Bari e specialista anche in omeopatia. «Nei bambini non affetti da altre patologie, anche la cosiddetta suina comunque passa, come tutte le influenze stagionali».

Dottore, e il caso di Pompei?
«Va fatta l’autopsia per escludere una cardiopatia congenita. Bisogna accertare che quella bambina non avesse altre patologie: anche l’influenza stagionale dà complicanze in soggetti sensibili o con carenze immunitarie, ma nei bambini che non hanno altri problemi, è molto difficile. E questo vale anche per gli adulti».

Ma allora, tutti questi appelli per il vaccino?
«Gli adiuvanti del vaccino non sono stati sperimentati, perciò la vaccinazione va riservata solo ai soggetti cardiopatici, o diabetici, o trapiantati o con malattie croniche. Di questo vaccino, non si sa neppure se servono una o due dosi nei bambini».

Ma se c’è la possibilità, perché non vaccinarsi?
«Io non faccio fare neppure la vaccinazione stagionale ai bambini normali, senza patologie particolari, altrimenti non si produrranno mai una biblioteca immunitaria e immunologica. Io prescrivo la vaccinazione per la rosolia alle bambine, perché da grande potrebbe partorire un mostro, ma non ai maschietti. Bisogna evitare le vaccinazioni inutili».

Per la sua esperienza, è già molto diffuso questo virus?
«Sì, è esploso. Sicuramente la pandemia è arrivata. Si vede spesso febbre alta, e facilmente viene colpita tutta la famiglia: la caratteristica è proprio la facile diffusione. Ma questo virus deriva da un ceppo che si era già diffuso negli anni ‘70, rispetto al quale abbiamo già sviluppato capacità di difesa. Perciò vengono colpiti di più i bambini, ma questo virus è come tutti gli altri, non fa paura in maniera folle, si sta esagerando, c’è un allarme eccessivo».

Qual è la fascia d’età più soggetta al rischio di contagio?
«Tutti quelli nati dopo gli anni ‘70 sono a rischio, perché non hanno memoria immunogenetica».
In questa fase, sconsiglia per esempio l’asilo per i più piccoli? «All’asilo è ovvio che è più facile il contagio. Il virus è attivo per sette giorni dopo l’inizio della malattia, quindi i bambini bisognerebbe tenerli a casa per almeno sette giorni. Ma quante mamme riescono a tenerli?».

Quanto dura la malattia effettiva?
«Dipende dalle difese immunitarie della persona: sette-otto giorni al massimo; ma di solito tre-quattro giorni bastano per riprendersi. Dipende dal soggetto, dalla terapia e dalle precauzioni».

Cioé antibiotici per una settimana?
«Il virus col calore va via. Gli antichi non a caso parlavano di 'sciroppo di coperte calde'. Non serve subito l’antibiotico, perché la febbre è la reazione dell’organismo, dunque non va contrastata, ma solo spenta e controllata. È peggio sparare l’antibiotico in assenza di complicanze, perché si deprimono le difese immunitarie. Peraltro i rischi per questa influenza sono gli stessi delle altre malattie virali».

Onofrio Pagone
la gazzetta del mezzogiorno



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