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| Concorsi regionali i tempi si allungano |
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22/10/2009 |
| Il 20 gennaio prossimo si saprà l’esatto iter dei concorsi regionali per 78 posti a cui concorrono in totale 30mila e 72 persone. Al momento, però, c’è una certezza: la grande affluenza ha fatto slittare i tempi previsti di espletamento delle prove e, conseguentemente, quelli di assunzione, creando problemi, per un verso, agli uffici e quanti sono già al lavoro, per un altro a quanti aspirano ad avere un posto di lavoro.
«La procedura sta marciando - ci tiene a chiarire il responsabile delle risorse umane della Regione, Pasquale Monea - ma sconta la difficoltà dei numeri». In altre parole, solo quattro concorsi sui 15 totali (per un totale di 6 posti sulle 78 assunzioni da fare) potranno essere avviati direttamente alla fase concorsuale (e a gennaio si dovrebbe sapere già il calendario e le relative commissioni) mentre per le altre 11 selezioni (per 72 posti) sarà necessario attivare la fase delle «preselezioni». Si cercherà, cioè, di sfoltire l’esercito dei candidati con la classica selezione con quiz a risposta multipla, in modo da ridurre a numeri più «umani», ossia 300 candidati, la selezione vera e propria composta da scritto e orale.
«Contiamo di procedere alle assunzioni per fine 2010» assicura Monea. E sono almeno in 30mila e 72 a sperare che riesca nell’intento.
L’esercito, però, è destinato a dividersi. I 512 candidati ai 4 concorsi meno accorsati potrebbero metterci qualche mese in meno, «entro l’autunno 2010 già le assunzioni» continua Monea, ma, soprattutto sembra abbiano un iter con meno «intoppi», anche se «si tratta comunque di selezioni ad alto contenuto specialistico», mettono le mani avanti dagli uffici.
Pere il «girone infernale» delle prove più accorsate (quella da 22 posti di esperto amministrativo ha 15.340 pretendenti), invece, le incognite crescono proporzionalmente al numero dei partecipanti. Per queste prove il 20 gennaio (o al massimo il 31 stando al termine ultimo pubblicato dalla Regione) si riuscirà a capire solo qualcosa in più in merito alla fase di preselezione. Preselezione che, intanto, deve essere affidata ad una società specializzata del settore.
Il bando per la selezione di questa società è già quasi ultimato e a breve dovrebbe essere bandita la gara. E siamo alla prima incertezza. Perchè i tempi di espletamento delle preselezioni non sono assegnati nel bando (cosa quasi scontata) ma fanno parte integrante dell’offerta tecnica che dovranno presentare la società. Vale a dire che la valutazione dell’offerta dovrà essere fatta non solo su parametri economici, ma anche su altri fattori come, appunto, la rapidità nell’espletamento della fase preselettiva. Dipenderà, quindi, dall’offerta delle società partecipanti che, non solo, sarà presumibilmente diversa società per società, ma potrebbe essere differente concorso per concorso. In pratica, i due posti per ingegnere minerario ambientale a cui aspirano in 320 (appena sopra la soglia dei 300) anche se fino alla fine sarà gestito con le preselezioni, ovviamente avrà una facilità digestione molto maggiore rispetto a quello da 15mila e passa concorrenti. «Al momento - spiega ancora Monea - mi risulta anche difficile capire dove poter fare prova: forse nei locali della Fiera di Tito, o in una tendostruttura». E, ovviamente, le difficoltà si tradurranno in tempi.
In ogni caso, i passi da fare, per quanto «già pianificati», come fanno sapere dalla Regione, sono diversi. La gara per trovare la società di selezione e la relativa aggiudicazione; la nomina della commissione regionale che dovrà sovrintendere alle operazioni della società privata (succede così in tutti i concorsi pubblici), poi la convocazione dello scritto (in questo caso gestito direttamente dalla commissione di concorso) la correzione degli elaborati, la convocazione delle selezioni orali e il loro espletamento, la formulazione delle graduatorie con la proclamazione dei vincitori e, successivamente, le assunzioni.
Un percorso lungo e delicato che, peraltro, coinciderà almeno in parte con la fase elettorale. Così i concorsi potrebbero essere materialmente espletati poco dopo il voto di marzo e l’intera fase selettiva ultimata entro l’estate (anche perchè diversamente ci sarebbe un novo stop). Sempre che vada tutto liscio.
Giovanni Rivelli
Gli uffici pubblici lucani invasi da oltre 8mila contratti «atipici»
Fa uno strano effetto sentir parlare di «posto fisso». Il ministro Tremonti cancella d’un colpo anni in cui centrosinistra e centrodestra hanno «tormentato» gli italiani con la flessibilità del lavoro, la mobilità, la capacità di autoriciclarsi, di passare da un’occupazione all’altra.
Ma la flessibilità, soprattutto in Basilicata, terra dei «colletti bianchi» - dove il pubblico resta il primo datore di lavoro - si è tradotta soprattutto in precariato. Anche nei vari livelli delle amministrazioni locali. Gli uffici sono invasi da lavoratori a tempo: la percentuale di atipici nel settore ha raggiunto il 4,2% che corrisponde a circa 8 mila unità. Un pianeta che Eurispes ha messo a fuoco attraverso un’indagine su un campione di 250 unità: il 59,2 per cento è risultato composto da persone con più di 40 anni, il 31 per cento di lavoratori tra i 31 e i 40. Dunque una fascia significativa di uomini e donne che si trova in un periodo della vita in cui rispettivamente si attua la cosiddetta «riproduzione sociale del lavoro» e si mettono al mondo figli. I laureati sono un quarto circa del campione (il 26,4 per cento). Altro dato significativo: il tipo di contratto di lavoro più usato è il co.co.co o contratto a progetto (56,4 per cento); al secondo posto gli Lsu (lavoratori socialmente utili) che corrispondono al 20,4 per cento. Ben il 46 per cento degli intervistati lavora da sempre con contratti atipici (comprendendo nella definizione la collaborazione occasionale, a progetto, l’autono - mo con partita Iva, a tempo determinato o stagionale, l’interinale, le borse di studio).
Tra gli 800 e i 1.000 euro netti al mese lo stipendio percepito dal 24 per cento, tra 1.000 e 1.400 per il 27 per cento, tra i 400 e i 600 per il 20 per cento (con una fascia di «privilegiati» del 2,4 per cento che percepiscono più di 3.000 euro al mese). Non tanti apprezzano certi aspetti propri del lavoro atipico, come l’avere più tempo per sè, per la famiglia (qui il campione è spaccato a metà), o per studiare. Mentre il 63 per cento è insoddisfatto della mancanza di adeguate tutele sociali come il diritto alla pensione o al trattamento di maternità. E, ovviamente, dell’incertezza del posto di lavoro (83 per cento). «La precarizzazione dei lavoratori pubblici - spiega Angelo Summa, segretario regionale della Fp Cgil - è stata frutto delle politiche neoliberiste degli ultimi 10 anni attuate anche dai governi di centrosinistra, con esiti ancora peggiori durante il precedente governo che bloccò le assunzioni». L’«espansione» del fenomeno - secondo il sindacato - è stata forse una forma distorta di welfare, o di assistenza male interpretata. Insomma un ennesimo strumento per creare clientele. «In realtà - spiega il sindaco di Potenza, Vito Santarsiero - se l’88 per cento di questi lavoratori atipici sono collocati negli enti locali è perchè sugli enti locali più hanno impattato i tagli di risorse e le misure soprattutto del precedente governo».
Come liberare gli enti locali dal precariato? Il «memorandum di intesa» siglato da sindacati e governo, si propone di cancellarlo nell’arco della legislatura. «Si tratta - dice Antonio Pe pe, segretario regionale della Cgil - di invertire la politica del lavoro in Italia attraverso una legislazione precisa che vada verso la stabilizzazione. Una stabilizzazione che chiediamo avvenga con le regole del concorso pubblico, perchè a nessuno si vuol negare l’accesso alla pubblica amministrazione». Il segretario regionale della Cisl, Nino Falotico, ritiene necessario regolamentare la giungla del lavoro atipico. Nell’auspicare una conferenza pubblica sul tema, il leader lucano della Cisl ritiene che siano tre le priorità per affrontare la questione: primo, stabilire una moratoria sul ricorso al lavoro precario per non allargare ulteriormente la già affollata platea della precarietà; secondo, porre fine alla discrezionalità e ambiguità delle long-list; terzo, affrontare il tema dell'inquadramento dei precari stabilendo criteri oggettivi e priorità.
MASSIMO BRANCATI
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Non con i miei soldi. Non con i nostri soldidi don Marcello CozziParlare di pace in tempi di guerra è necessario, ma è tardi.
Non bisogna aspettare una guerra per parlarne. Bisogna farlo prima.
Bisogna farlo quando nessuno parla delle tante guerre dimenticate dall'Africa al Medio Oriente, quando si costruiscono mondi e società sulle logiche tiranniche di un mercato che scarta popoli interi dalla tavola dello sviluppo imbandita solo per pochi frammenti di umanità; bisogna farlo quando la “frusta del denaro”, come ...-->continua
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