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Ecomafia arriva in Basilicata? «Io l’avevo detto»

19/10/2009



L’allarme era già scattato in tempi non sospetti. Ma chi se lo ricorda? E poi, pazienza, se strumentalmente alcuni appelli sono stati degradati a deleteri allarmismi (ad arte?). Quando all’inizio degli anni Novanta il procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Matera, Nicola Maria Pace, iniziò a seguire l’ipotesi investigativa che ha portato nel corso delle indagini ad individuare una serie di elementi indiziari circa l’af fondamento di navi cariche di veleni nel Mediterraneo, ci mancò poco che fosse incasellato nella categoria degli alieni.
Oggi, neppure ai meno avveduti sfugge il business che alimenta lo smaltimento illegale dei rifiuti, un giro tanto più grande se non si tratta di semplice spazzatura, ma di robaccia nociva o addirittura di scorie radioattive.

Perchè chi vive in Basilicata, una regione estranea alla grande tradizione industriale, non può permettersi di abbassare la guardia? «Le ragioni - dice Pace - non mancano. Prima tra tutte, bisogna evitare che la debolezza socio-economica, discorso che riguarda gran parte del Sud, diventi occasione incentivante per azioni illecite e criminali. Si tratta, purtroppo, di un handicap di partenza noto e che pesa sul territorio lucano. Una debolezza che ci ha fatto subire anche altro tipo di decisioni, per esempio, quelle riguardanti la Fenice, il più grande inceneritore d’E u ro p a , oppure l’avvio di un centro di riprocessamento di combustibile nucleare nel cuore del Metapontino, impianto che non ha niente a che fare con l’energia, ma con impieghi strategico militari. Il nostro territorio (Pace è nato a Filiano, in provincia a Potenza, ndr) - è vasto, l’orografia è particolare, in larga parte è scarsamente popolato. È evidente, l’azione giudiziaria e quella investigative, da sole, non possono fare da argine a ogni esigenza di tutela. Occorre in particolare un controllo amministrativo severo e costante del territorio, un senso di responsabilità istituzionale alto e che non può essere estraneo, per esempio, al mondo della politica, anche perchè a livello di base, tra le nostre comunità, mi sembra non siano mancate prove di grande maturità e sensibilità. Di più, proprio per aver operato in contesti diversi nel Paese, posso dire di aver trovato nella mia regione persone tra le più avvedute e reattive rispetto a certi fenomeni. Bisogna ovviamente dare un seguito a questa tensione con azioni incisive, sistematiche, continue, non a flash. In un certo senso, negli anni scorsi si era formata una piccola scuola, un metodo investigativo che mirava al controllo capillare della situazione locale, nel suo intero perimetro, cosa che consente di andare oltre il singolo segmento e soppesare la vera entità dei problemi. Ovviamente queste esperienze, che sono partite proprio da Matera, non bisognerebbe azzerate, ma possibilmente potenziarle».

Insomma il pericolo è sempre in agguato? «Questo mie parole - continua Pace - hanno anche il senso di un preciso richiamo. Non lo nego. Mi riferisco nuovamente al caso dell’Enea. Non si può accarezzare il sogno della ricerca in una struttura i cui omologhi nell’ex Unione sovietica erano occultato in città prive persino del nome. Ma andiamo oltre e diciamo che in Italia abbiamo una produzione di rifiuti che obiettivamente può essere smaltita con le normali strutture esistenti solo nella misura del 30 per cento. Fisiologicamente la rimanente parte viene avviata a mercati paralleli, tra cui quello illegale. È già una condizione di grave rischio, tra l’altro da tempo rilevata a livello di ministeri, è un dato di partenza su cui interviene la criminalità capace di gestire questo mercato nero dei rifiuti. Al piccolo cabotaggio provvede la piccola manovalanza e alle situazioni più complesse quella organizzata, da qui le ecomafie, le cui centrali possono agire su scala internazionale, appoggiate anche da entità di livello superiore. I territori delle nostre realtà scarsamente presidiati e della cui fragilità abbiamo già detto, finiscono per diventare terreno fertile per vari tipi di illegalità. Non ultime quelle mascherate dall’offerta di posti di lavoro. Un copione che si ripete attraverso strutture che altrove sarebbero state rifiutate perchè realizzate in violazione a tutte le norme in materia di gestione dei rifiuti. Sia chiaro, chi gode di un servizio deve smaltire i rifiuti prodotti in loco, non accollarsi anche quelli degli altri».

E allora? «Le strategie di controllo in Basilicata - conclude il magistrato - devono essere sempre elevate, ma non bastano quelle che passano anche attraverso l’azione intelligente e assidua della magistratura e delle forze dell’ordine. Rimane fondamentale l’impegno del primo filtro costituito dall’autorità amministrativa. Per capirci, faccio riferimento a un caso di cui si è parlato, Pomarico, ovvero ad autorizzazioni ad accedere alla discarica per 3 milioni di metri cubi di spazzatura che, poi, sono state inzuppare di rifiuti liquidi tossici e interrati chissà dove, perchè le tracce dei famosi 500 Tir usati per il trasporto si sono perse dalle parti di Bari, per quanto non li abbiamo dimenticati, li stiamo ancora cercando. Così come sarà difficile dimenticare gli sversameni clandestini avvenuti nei pozzi di gas esausti delle nostre zone. Quì, l’impatto non è immediato, perchè la falda acquifera si trova generalmente più in alto, però, il tempo non lavora a nostro favore e soprattutto di chi verrà dopo di noi. Se penso agli scetticismi e alle remore che circondavano le indagini di qualche anno fa posso dire che, in fondo, le cose sono cambiate. Mi si passi l’espressione, noi abbiamo fatto il lavoro sporco, ma adesso oltre che capire, ora che tante cose sono ormai alquanto chiare, è giusto operare senza tentennamenti. Credo che i tempi siano davvero maturi».

Pasquale Doria
la gazzetta del mezzogiorno



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