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| Dal sud del sud a Hollywood Joe Capalbo torna a casa |
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21/08/2009 |
| Giovanni Capalbo, in arte Joe Capalbo, applaudito interprete per registi di fama internazionale del calibro di Mel Gibson, Peter Greenaway e Abel Ferrara, è in questi giorni in Basilicata per raccogliere materiale utili alla revisione del suo ultimo lavoro ambientato a San Costantino Albanese. Originario di Senise, Joe si ritiene un «reduce della cultura contadina», un attore-autore impegnato a invertire la rotta della omologazione dilagante, contrapponendo al nulla quei valori di cui è depositario. Dopo aver recitato nel ruolo di Cassio Longino in «The Passion» di Mel Gibson nel 2002, ne «Le valigie di Tulse Luper Parte 3» di Peter Greenaway nel 2004 e in «Mary» di Abel Ferrara nel 2005, Capalbo ha girato, fra il 2003 e il 2009 circa 30 film. Due i film fuori concorso che saranno presentati alla mostra del Festival del Cinema di Venezia, «Il fuoco e la cenere» di Citto Maselli sulla crisi della sinistra, dove Capalbo interpreta il ruolo di un «gay politico», e «Napoli, Napoli Napoli» di Abel Ferrara, girato nel manicomio criminale di Aversa, dove l’attore lucano veste i panni di un secondino che poi impazzisce.
Profondamente legato ed innamorato della sua terra, dopo aver girato il mondo ed ottenuto diversi riconoscimenti internazionali, guarda con interesse alla regione in cui è nato, una regione da «proteggere», che “non deve vivere su scorie nucleari abusive, ma sulla creatività, la capacità e la forza della sua gente».
Da dove nasce la passione per il cinema?
«La passione per il cinema è nata da bambino, quando mio fratello Vincenzo mi portava al cinema di Senise. Sono cresciuto con i film di Sergio Leone, in un cinema piccolo dove gli spettatori erano solo uomini che imprecavano e facevano il tifo per il buono o per il cattivo. É questo il ricordo che mi porto dietro perché proprio in quel cinema mi sono detto io un giorno voglio stare su quello schermo».
Lei è originario di Senise, qual è il suo rapporto con la Basilicata?
«Amo profondamente la mia terra, la Lucania. Devo, infatti, alle mie origini contadine, quella forza che mi porto dentro e che mi ha fatto superare tanti momenti difficili in giro per il mondo. Provengo da una famiglia numerosa con nove figli, e questa forza che mi porta a lottare, a non rinunciare mai, la devo proprio alle mia terra. Mi ritengo un reduce della cultura contadina».
San Costantino Albanese sarà la location di partenza di un film multietnico, una coproduzione Italia-Bulgaria-Francia, qual è la trama?
«Il film, per la regia di Joseph Lefevre, racconta la storia di due emigrati, uno bulgaro e uno albanese, stabilitisi a San Costantino Albanese. Il protagonista, dopo una decina d’anni, emigra a Milano e insieme all’amico bulgaro apre un ristorante multietnico dove si mangiano specialità sia bulgare che albanesi. È una commedia, con un cast italo-francese, il cui progetto è stato premiato dal Media, l’istituto europeo che finanzia le sceneggiature di alto interesse culturale. Il film offre uno spaccato della storia italiana legata all’immigrazione. Infatti, attraverso le vite dei protagonisti viene fuori un’immagine “altra” de gli extracomunitari e della diversità in genere, che diventa ricchezza, opportunità».
Negli ultimi anni molti registi hanno scelto la Basilicata come location per le loro produzioni.
Cosa si può fare per generare sviluppo?
«Credo che sia inutile creare una film commission quando non ci sono realtà professionali in loco. Piuttosto ritengo sia utile creare un tavolo mettendo insieme le risorse, gli attori e i registi lucani. Ne parlavo anche con Michele Russo, attore di successo originario di Bernalda, e l’idea è appunto quella di attivare percorsi di formazione professionale creando le professionalità con stage tenuti da artisti internazionali. Insomma, unire le forze da Senise a Bernalda, organizzando semmai un festival del cinema».
IVANA INFANTINO
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Non con i miei soldi. Non con i nostri soldidi don Marcello CozziParlare di pace in tempi di guerra è necessario, ma è tardi.
Non bisogna aspettare una guerra per parlarne. Bisogna farlo prima.
Bisogna farlo quando nessuno parla delle tante guerre dimenticate dall'Africa al Medio Oriente, quando si costruiscono mondi e società sulle logiche tiranniche di un mercato che scarta popoli interi dalla tavola dello sviluppo imbandita solo per pochi frammenti di umanità; bisogna farlo quando la “frusta del denaro”, come ...-->continua
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