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Lagonegro: mal di denti fatale morì ragazzo, condannati medici

23/07/2009



«Avete ucciso mio figlio». L’urlo di rabbia di Maddalena Tedesco all’uscita dal tribunale, all’indirizzo di alcuni medici che hanno assistito alla lettura della sentenza. Il giudice monocratico, Claudio Scorza, ha pronunciato tre condanne e due assoluzioni per la morte di Antonio, figlio della signora Maddalena. Il volto di Maddalena è scavato dal dolore, un dolore aumentato giorno dopo giorno dal quel maledetto 15 luglio 2004 quando suo figlio Antonio, appena 19 enne, morì per una mediastinite acuta causata da un ascesso dentario non inciso dai medici che ebbero in cura il giovane di Rotonda. Da quel giorno la signora Maddalena e suo marito, Domenico De Marco, non hanno mai smesso di chiedere giustizia.

Ieri si è concluso il processo nei riguardi dei cinque medici finiti alla sbarra: un dentista, un odontoiatra e tre medici di pronto soccorso. Per il tribunale soltanto tre di loro sono da ritenersi responsabili per la morte di Antonio De Marco. Si tratta di Tommaso Ferrari, Maria Stumpo e Nicola Peccerillo, medici del pronto soccorso di tre ospedali diversi: Castrovillari, Praia a Mare e Mormanno. Il giudice ha, invece, assolto il dentista Vincenzo Guido, di Rotonda, e l’odontoiatra Federico Cava, in servizio, all’epoca dei fatti presso la clinica San Luca di Praia a Mare.
Ferrari, Stumpo e Peccerillo sono stati condannati a 1 anno e 8 mesi di reclusione ciascuno (pena condonata). Un sentenza che non ha soddisfatto i genitori del povero Antonio che si aspettavano la condanna di tutti i medici. Sia Ferrari, che la Stumpo e Peccerillo, assieme al responsabile civile Asp Regione Calabria, in persona del suo direttore generale, sono stati, poi, condannati al risarcimento dei danni nei confronti delle parti civili nonché al pagamento di un «acconto» di 45mila euro ciascuno a Domenico De Marco e Maddalena Tedesco, e di 20mila euro in favore di Francesca De Marco, sorella di Antonio.

Pino Perciante
La Gazzetta del Mezzogiorno


RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO
Per amore di giustizia e di verità, relativamente a quanto scritto sulla stampa ed a proposito del caso intitolato “ morte per ascesso non curato”, va precisato che, l’assunto è solo un’affermazione di riflesso giudiziario e non è assolutamente indicativa, né dello stato dei fatti, né tanto meno di ciò che la medicina e la scienza di settore insegnano.

Rispettando il dolore e lo sdegno acceso dei parenti della giovane vittima, ma altrettanto fermi nel rigettare accuse grossolane e di immagine mediatica, è bene precisare che, nel caso specifico della morte di un giovane di anni 19 , affetto da una malattia grave, e cioè una mediastinite acuta discendente (non un ascesso), gli esiti fatali descritti in stampa, con coloritura poco clinica, furono in realtà, il frutto di una errata diagnosi (appunto la mancata conoscenza e diagnosi della mediastinite) commessa in due ospedali di 2 regioni diverse.



Non si può non sottolineare che, rispetto ad una notizia di entità gravosa, come la morte di un giovane, sarebbe opportuno una maggiore contenenza dei fatti, secondo un più accorto giudizio non solo morale, quanto tecnico.

Duole il sentire la sola testimonianza del padre della vittima, senza alcun accenno dei fatti realmente accaduti e su cui occorrerebbe una maggior informazione, senza pregiudizi.

Non si può titolare con l’accusa di avere ucciso un paziente, senza spiegare, con chiarezza e lealtà giornalistica, tutti i fatti che hanno reso possibile l’evento infausto.

Una sentenza può essere ribaltata, perché la verità processuale è solo un giudizio indiziario; la verità sostanziale, invece, andrebbe raccolta senza enfatizzare l’intento colpevolizzante per puro ed indiscriminato conformismo di lettura.

Leandro Mallamaci



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