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Rifiuti, traffico dalla Basilicata alla Cina

28/05/2009



Rifiuti d’oro. Rifiuti che partivano dall’Italia per la Cina, prodotti che entravano dalla Cina in Italia, come se si trattasse di materiale riciclato. Soldi che arrivavano a chi effettuava una raccolta differenziata inesistente come «premio» per i risultati raggiunti e finivano, in parte, anche ai comuni, e container carichi di ogni schifezza che giravano per i mari in attesa di un approdo in oriente. È lo scenario dell’ennesima inchiesta sui rifiuti in Basilicata. Questa volta il fascicolo non è in mano al pm Henry John Woodcock, ma all a sostituto procuratore Laura Triassi, che lo ha «ereditato» dal Pm Ferdinando Esposito (ora in servizio a Milano) e sta portando avanti l’attività con i carabinieri della Compagnia di Potenza e di diverse stazioni sul territorio. Nel mirino, oltre a qualche impresa, ci sono infatti una serie di amministrazioni comunali, alcune delle quali del «quadrante nord-ovest» della Basilicata, che, stando alla tesi investigativa, avrebbero trovato il modo di far diventare i rifiuti una sorta di «gallina dalle uova d’oro», grazie anche a un traffico internazionale che consentiva di eliminare i problemi e di incassare anche fondi di premialità. Il meccanismo, nella sua scaltrezza, era semplice. Le norme che regolano il settore, infatti, prevedono che i comuni che riciclano di più ottengano contributi dai diversi consorzi obbligatori di riciclo.

Giusto per fare un esempio, se un comune recupera 5 chili di alluminio, oltre ad incassare il guadagno relativo alla vendita della materia prima, riceve 5 lire di premialità dal consorzio. Un meccanismo fatto per colmare il possibile differenziale esistente tra le spese per effettuare la raccolta differenziata (con diversi contenitori in strada o con la raccolta porta a porta) e il guadagno «primario» composto dalla vendita dei materiali e dalla riduzione dei costi di smaltimento di rifiuti indifferenziati in discarica. Qualcuno, però, questo meccanismo lo avrebbe imparato troppo bene. Al punto che i carabinieri hanno sequestrato alcuni container, presso il porto di Taranto e presso il «molo Beverello» di Napoli di presunti rifiuti plastici che risultavano raccolti in alcuni centri lucani ed erano in partenza per la cina dove dovevano essere riciclati.

Alla prova dei fatti, però, quando i militari hanno aperto quei cassoni hanno trovato all’interno rifiuti di vario genere, e non solo plastici, che mai potevano essere riciclati e che non avrebbero dato diritto alla riscossione della «premialità» cui, invece, dava accesso una dichiarazione mendace. Ma non è tutto. Perchè l’inchiesta non nasce con questa scoperta, ma il sequestro è frutto di una precedente attività investigativa. I carabinieri, insomma, nei due porti sono andati a colpo sicuro, già avendo più di un sospetto su ciò che avrebbero trovato. Che qualcosa il quell’affare «puzzasse» in ogni senso, lo avevano capito, gli investigatori, sia vedendo alcune anomalie nei dati della raccolta differenziata, sia grazie alla «coinoscenza» di alcune conversazioni. Qualche amministratore avrebbe pianificato «a tavolino» i quantitativi di rifiuto differenziato da indicare come raccolto, in combutta con chi effettuava la raccolta differenziata. A telefono sarebbero state dettate le cifre de indicare nelle relative dichiarazioni, in modo da sembrare più «bravi» rispetto a quella che era la situazione reale, mettendo su un giro che, alla fine dei conti, conveniva a tutti, tranne che a chi pagava le premialità e all’ambiente. Ma se ciò che sospettano gli investigatori dovesse essere fondato, i vantaggi conseguiti in questo modo potrebbero cessare presto e per gli autori di questa «invenzione» inizierebbero i grattacapi.
di GIOVANNI RIVELLI
lagazzettadelmezzogiorno.it



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