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Mancano i soldi per recuperare lo scrigno custodito a Valsinni

21/03/2009



Monte Coppolo, il monte citato nei versi della poetessa Isabella Morra è alle spalle del paese, l’antica Favale. Immobile e altero con i suoi 890 metri sovrasta la Valle del Sinni e dell’Agri, custode nelle sue viscere di uno scrigno prezioso, tesori archeologici, che purtroppo stentano a venire alla luce per la mancanza di un serio progetto e per la cronica limitatezza di finanziamenti, necessari alle opere di recupero, di ricostruzione e valorizzazione.
Il sito archeologico di Monte Coppolo, in territorio di Valsinni, fu scoperto alla fine dell’Ottocen - to da Michele Lacava, visitato da Paolo De Grazia, studiato da archeologi di valore come Dino Adamesteanu, dal suo allievo Rino Bianco, direttore del Museo nazionale della Siritide di Policoro, e soprattutto, sin dagli anni ’60, da Lorenzo Quilici, docente di topografia all’Università di Bologna, autore di diverse pubblicazioni al riguardo.
Sul monte, oltre a reperti dell’età del ferro e del bronzo, sono visibili le cinta murarie di una città fortificata, strategica, risalente al IV secolo. Sulla base di alcuni rilievi effettuati, si è constatato che il circuito esterno delle mura ha un perimetro di circa 1800 metri e che si innesta su quello interno racchiudente, sulla sommità del monte, entro un perimetro di 400 metri, l’Acropoli. Le due cinta hanno in comune circa 150 metri di circuito. Questa città, con finalità di difesa, sarebbe stata abitata dai Lucani, in un periodo tuttavia completamente ellenizzato. I Lucani, sin dal loro apparire verso la fine del V sec., compaiono come una grande forza organizzata, che aveva già avuto contatti consueti con la civiltà greca. La città fortificata di monte Coppolo ha vita piuttosto breve, conclusa verso il 280-270 a.C. più o meno con la battaglia di Eraclea.
Attorno agli insediamenti sul Coppolo si registrano, tuttavia, divergenti valutazioni da parte di archeologi e studiosi, ma che potrebbero chiarirsi soltanto un’opera completa e attenta di scavi sia all’interno della città, che doveva essere di forte densità abitativa, stante al notevole tegolame rinvenuto, sia a valle del monte, ove si troverebbe la necropoli, in una vasta area, che, se dissotterrata, potrebbe rivelare interessati scoperte.
Lorenzo Quilici, sulla scorta di reperti e di valutazioni storiche e letterarie, a cominciare da Strabone, riconosce su monte Coppolo la città di Lagaria (XII-XIII sec. a.C.), che la tradizione vuole sia stata fondata da Epeo, il costruttore del cavallo di Troia, ma ancora presente nel periodo romano. Per Quilici, infatti, «la città di monte Coppolo, cioè Lagaria, sorge nella sua naturale funzione strategica tra le pianure del Golfo di Taranto e l’interno appenninico aperto al Tirreno, in una fase anteriore alla grande ondata della colonizzazione greca sullo Ionio, come ci prova l’esistenza del culto di Epeo, legato al mito troiano, e quello di Eracle, o perlomeno, come colonia focese, non posteriore alla fondazione di Siris».
Con la fondazione di Metaponto, la città è attratta nell’orbita della sua intensa vita agricola e commerciale. Con la fondazione di Eraclea diviene piazzaforte di quest’ultima, ma non interrompe i suoi rapporti con Metaponto. Città fortificata, subisce le incursioni lucane e conserva le sue funzioni finché continua la potenza di Taranto. Con l’avvento dell’egemonia romana perde il suo scopo militare e resta come stazione commerciale, legata ancora all’inizio dell’età imperiale alla produzione dei suoi vini terapeutici, per questo in rapporto con la nuova colonia di Grumento. Poi, la progressiva decadenza, come tanti altri centri posti sui monti.
Pochi finora i lavori di recupero. Nel 1986, la Soprintendenza archeologica di Basilicata ha provveduto ad una parziale ed in parte contestata ricostruzione delle mura; più di recente un’ope - ra di recupero ha interessato la Porta di Ferro, una delle entrate nella città, e nella scorsa primavera-estate il Dipartimento di archeologia e storia delle arti dell’Università di Siena, con un corso di Summer School, si è interessato dell’area dell’Acropoli, con indagini geognostiche, utilizzando strumentazioni di avanguardia, che vanno dal magnetometro al georadar, allo scanner tridimensionale, che leggono le strutture del sottosuolo. I risultati non sono stati ancora resi noti, ma forse qualcosa si sta muovendo, dopo anni d’oblio, di disinteresse da parte degli uomini e delle istituzioni.
Ma Quilici, con altri studi negli anni 1997-2000, pubblicati nella «Carta Archeologica della Valle del Sinni – Fasc. 2»), oltre a quelli già noti, ha approfondito la conoscenza di ben 127 siti archeologici di un territorio, di un’area, che dall’età arcaica si presenta di rilevante interesse già per l’età del bronzo, fin dalla più antica della sua fase media, chiamata protoappenninica. Insediamenti con riscontri di reperti che si moltiplicano su tutte le balze collinari, sui pianori, nelle vallate. Risalenti, a seconda dei siti, all’età del bronzo, del ferro, ellenistico-lucana, imperiale, repubblicana, sino al periodo bizantino-normanno.

PASQUALE MONTESANO
La Gazzetta del Mezzogiorno



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