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Assumevano falsi braccianti truffando l’Inps Indagati aziende e operai

7/03/2009



Quei campi producevano reddito. Un numero di occupati superiore a quello delle ragioni d’impresa, ma se questo può sembrare un bene, specie in un momento di crisi e licenziamenti quale quello attuale, lo strano meccanismo nascondeva una truffa.
Ad accorgersene l’ispettorato Inps di Puglia e Basilicata, prima, e Guardia e di Finanza e Carabinieri poi, che, con le loro relazioni, accertamenti, interrogatori, perizie, hanno ingrossato un fascicolo d’indagine aperto presso la procura di Melfi, evidenziando irregolarità nei confronti di decine di aziende e di centinaia e centinaia di lavoratori.
Le ipotesi di reato per cui si indaga sono di concorso in truffa aggravata ai danni dell'Inps, ma ci sarebbero posizioni più marginali e altre, sei in particolare tra Melfi e Lavello, più delicate per le quali la violazione sarebbe stata una prassi più abusata e decisamente redditizia.
Il meccanismo, nella sua smaliziata astuzia, è tutto sommato semplice: assunzioni fittizie di braccianti che in realtà non lavorano e invece di essere retribuiti versano al datore di lavoro il corrispettivo dei contributi da versare all’Inps. Ovviamente, lo scopo non è quello di arricchire in modo non dovuto le casse dell’istituto previdenziale, ma di arrivare a quella soglia contributiva che consenti di ottenere i vantaggi previdenziali di legge. Infatti, ad eccezione proprio dell’Inps, da questo sistema ci avrebbero guadagnato tutti.
I braccianti si ritrovavano con una posizione previdenziale accesa nel sistema informatico dell' Inps e, dall’anno successivo, maturavano il diritto alle indennità di disoccupazione e di maternità concesse a chi lavora in agricoltura per meno di 151 giornate l’anno. In media ogni singola richiesta di indennità all’Inps comporta l’esborso di circa 3 mila euro l’anno, ben più dei contributi versati per le giornate di lavoro dichiarate. In più grazie agli stessi contributi e ai contributi figurativi dei periodi di disoccupazione illecitamente ottenuti, maturavano anche il diritto alla pensione di anzianità o di vecchiaia.
I datori di lavoro, dal canto loro, abbattevano il reddito delle aziende, deducendo dalla cifra reale quella fittiziamente corrisposta ai braccianti e versata come contributi per gli stessi. Soldi che, invece, transitavano direttamente dal patrimonio aziendale al patrimonio privato, senza essere nemmeno sottoposti a tassazione.
Come detto, però, tra i tanti accertamenti fatti ci sarebbero posizioni diversificate. Anche perchè se per qualcuno l’assunzione «del parente» o «dell’amico» era un’eccezione (e risulta anche più difficile verificare se in un’azienda abbia lavorato una singola persona in più o in meno) per qualcuno il sistema potrebbe aver assunto dimensioni «industriali» con danni all’Inps di centinaia di migliaia di euro, se non milioni. Del resto, già esistono precedenti di aziende messe su solo nominalmente, dichiarando di aver preso terreni in fitto, solo per effettuare assunzioni fittizie.
Sulla regolarità delle posizioni delle assunzioni agricole in Basilicata, gli ispettori dell’Inps di Bari stanno lavorando da oltre un anno. Avrebbero dapprima fatto incroci di dati tra fatturati, tipi di lavorazioni effettuati e numero di dipendenti, poi si sarebbero recati nelle aziende per fare sopralluoghi e acquisire documentazioni e dichiarazioni, quindi avrebbero inoltrato le segnalazioni delle presunte irregolarità alla Procura che avrebbe disposto nuove attività di indagine affidate a Guardia di Finanza e Carabinieri. E mentre ora alcune posizioni sembrano già sufficientemente chiare, gli accertamenti vanno avanti sul altre aziende.

Giovanni Rivelli
La Gazzetta del Mezzogiorno



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