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| Garza nell’addome medici condannati |
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5/02/2009 |
| Hanno dimenticato una garza nell’addome di una donna che aveva partotrito con il parto cesareo. Ora due medici in servizio presso l’ospedale di Chiaromonte sono stati condannati dalla Corte dei Conti. Al di là delle legittime iniziative della vittima di questo errore, dovranno pagare anche i danni all’Asl. Tecnicamente, devono rifondere le maggiori spese sostenute per l’intervento di rimozione di quella garza, ma è chiaro che la sentenza, con la sua dichiarazione di «colpa grave» va oltre quello che può essere il solo valore economico. La garza dimenticata, infatti, a quanto emerso nel dibattimento non era un semplice brandello, ma qualcosa «grande come un’arancia». Insomma, non poteva non essere notata anche agli accertamenti diagnostici e averla dimenticata nel ventre della paziente fa venire in mente una scena da barzelletta. Hanno, invece, ora poco da ridere i medici Giuseppe Bastanzio, di Senise, e Pietro De Salvo, di S. Severino Lucano che sono stati condannati a rifondere la spesa per l’intervento di rimozione (in totale 5 milioni e 295 mila lire più interessi legali) nella misura rispettivamente del 60 (in quanto primo operatore sanitario) e del 40 per cento (in quantoassistente). I due, all’epoca dei fatti (il 1996), erano entrambi medici operanti presso il reparto di ostetricia e ginecologia dell’Ospedale di Chiaromonte ed effettuarono, nel mese di febbraio, un intervento per parto cesareo su una donna che era al secondo intervento di questo tipo. Nell’intervento, però, sarebbe stata «dimenticata» nell’addome della paziente una garza laparotomica, con la conseguenza che la puerpera dovette sottoporsi, nell’aprile di quello stesso anno, ad un nuovo intervento chirurgico per la rimozione di tale corpo estraneo. L’accusa, sostenuta dal sostituto procuratore presso la Corte dei Conti Ernesto Gargano, ha sostenuto in modo lapalissiano che l’intervento di rimozione non sarebbe stato necessario se non ci fosse stata quella dimenticanza. Una tesi, quella accusatoria, che era stata comunque contestata dalle difese che avevano rilevato «la natura assolutamente indiziaria del processo» sostenendo che «non ci fosse alcuna prova del fatto che la garza laparotomica rimossa dall’addome della donna con l’intervento effettuato nell’aprile 1996 fosse ivi stata “di - menticata”(o“smarrita”)nelcorso dell’operazione per taglio cesareo dagli stessi condotta nel febbraio dello stesso anno» e dicendo che la stessa poteva essere stata dimenticata nel precedente intervento dello stesso tipo subito nel 1993. La Corte (Presieduta da Vincenzo Pergola e composta da Rocco Lotito e Giuseppe Teti) ha quindi chiesto uan consulenza all’Uf - ficio medico-legale presso il Ministero della Sanità. I consulenti hanno quindi evidenziato che la garza era stata ritrovata in una posizione tale nell’addome della Garofano che non poteva lasciare presumere alcuna «retrodatazione» della contestata superficiale dimenticanza o leggerezza. Una tesi che collima con quella dle parallelo procedimento penale (conclusosi nel 2006 e che comportato un allungamento del procedimento contabile) in cui il consulente d’ufficio prof. Buccelli giunse alla conclusione che la garza è stata “dimenticata” nel corso dell’intervento svolto dagli odierni convenuti nel 1996 spiegando che il dolore e la tumefazione sono stati percepiti dalla paziente subito dopo il secondo intervento e mai prima di esso, che sia l’ecografia e la successiva radiografia effettuate in occasione del ricovero del 2006, sia la testimonianza resa dal dott. Strippoli (il medico che effettuò la rimozione della garza) rilevano che il corpo estraneo si trovava nel «quadrante antero-laterale al fianco sinistro» e (se fosse stata lì dal 1993) non poteva non essere rilevata nelle ecografie della seconda gravidanza e vista nel secondo intervento di taglio cesareo. Inoltre all’atto della rimozione, la garza era solo «parzialmente incapsulata» da materiale organico, stato compatibile con una permanenza di 45 giorni. Vale a dire, era stata dimenticata nel 1996. Motivo per cui i due medici sono stati condannati.
Giovanni Rivelli
La Gazzetta del Mezzogiorno |
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Non con i miei soldi. Non con i nostri soldidi don Marcello CozziParlare di pace in tempi di guerra è necessario, ma è tardi.
Non bisogna aspettare una guerra per parlarne. Bisogna farlo prima.
Bisogna farlo quando nessuno parla delle tante guerre dimenticate dall'Africa al Medio Oriente, quando si costruiscono mondi e società sulle logiche tiranniche di un mercato che scarta popoli interi dalla tavola dello sviluppo imbandita solo per pochi frammenti di umanità; bisogna farlo quando la “frusta del denaro”, come ...-->continua
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