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| Un posto di lavoro? «Serve la spintarella del politico di turno» |
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19/01/2009 |
| Le segreterie dei politici sono inondate da segnalazioni. «Mi dia una mano a trovare un posto di lavoro», «so che cercano un ragioniere, perché non fa il mio nome?», «potrei farcela al concorso se solo lei...». Frasi che riecheggiano nelle «stanze dei bottoni» che assomigliano sempre
più a uffici di collocamento, con giovani (e meno giovani) assiepati nei corridoi in attesa di essere ricevuti: c’è chi, tra i sindaci, è costretto a dribblare le pressanti richieste sgattaiolando dalla porta di servizio e chi, come i parlamentari, si fa negare dopo aver preso tempo con riunioni, lunghe telefonate e improvvisi impegni. Ma oggi la raccomandazione esiste ancora? I politici, tutti indistintamente, dicono che è finita la stagione dei raccomandati. E non perché ci sia un rigurgito di moralità. Il fatto è che manca «la materia prima»: raccomandare qualcuno per fare cosa? I posti di lavoro latitano e se proprio c’è la possibilità di segnalare un giovane «meritevole», ecco che al massimo finisce nel tritacarne dei precari o a fare il portaborse sfigato del politico di turno.
FAMILISMO - La verità è che la raccomandazione ha cambiato faccia, ma c’è. Eccome se c’è. D’altra parte la Basilicata non è il territorio del «familismo amorale»? È quel concetto sociologico sviluppato da Edward C. Banfield nel suo libro «Moral Basis of a Backward Society» nel quale descrive una tendenza tipica della cultura meridionale e mediterranea: gli individui di una comunità cercano di massimizzare solamente i vantaggi materiali e immediati del proprio nucleo familiare, supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo.
Nei suoi studi, Banfield parla di una piccola cittadina dell'Italia meridionale che chiama convenzionalmente «Montegrano», ma in realtà si tratta di Chiaromonte, un nome fittizio che richiama però alla difficile realtà del Mezzogiorno d'Italia nel dopoguerra con vistosi tratti di arretratezza sotto il profilo economico e sociale.
Il familismo sarebbe «amorale» perché manca di morale pubblica, nel senso che i princípi di bene e di male rimangono, e vengono applicati, soltanto e unicamente nei rapporti familiari. L'amoralità non è quindi relativa ai comportamenti interni alla famiglia, ma all'assenza di relazioni sociali morali tra famiglie, tra individui all'esterno della famiglia.
EVOLUZIONE - L’evoluzione del «familismo amorale» è la raccomandazione. Che, intendiamoci, non è un fenomeno solo lucano. Per il 62,3% di un campione rappresentativo della popolazione italiana, secondo un recente sondaggio, le raccomandazioni sono utili e talvolta indispensabili e per questo continuano a minare la ripresa della nostra economia. Solo tra i giovanissimi (18-24) il 58% si dichiara fermamente contrario alle raccomandazioni perché sbagliate e immorali e auspica un innalzamento della qualità delle selezioni.
TOTALE - Sull’«universalità» del fenomeno interviene il governatore Vito De Filippo citando l’ultimo libro-dossier di Giovanni Floris che ha tracciato una geografia del merito: «La percentuale di raccomandazione che c’è nel nord, nel centro e nel sud - dice De Filippo - è uguale. Che i politici incontrino quotidianamente persone pronte a segnalare le proprie capacità non c’è dubbio. Probabilmente siamo carenti sul fronte dell’informazione circa le opportunità che ci sono negli enti pubblici anche in questo momento di crisi generale».
POLITICA - Quando si parla di raccomandazione è inevitabile il riferimento al sistema istituzionale. C’è un legame indissolubile tra «spintarella» e politici. Un legame su cui si è soffermato l’on. Tonio Boccia secondo il quale occorre smontare una volta per tutte questo cliché. Come? Cambiando le regole delle elezioni: «Va fatta una grande riforma istituzionale e del sistema politica. Occorre elaborare un modello elettorale nuovo, maggioritario. Stop al voto di preferenza che da sempre induce alla formazione di clientele, all’assistenzialismo e presta il fianco a qualche affarismo. Oggi - conclude Boccia - i giovani sono completamente sfiduciati. Pensano che per accedere al mondo del lavoro bisogna avere “santi in Paradiso” e che i concorsi pubblici siano tutti truccati. Mi capita di parlare con molti di loro e quando dico che il sistema di selezione è trasparente spesso non mi credono. È evidente - conclude - che noi politici non riscuotiamo più la fiducia delle persone. Dobbiamo fare qualcosa per scrollarci di dosso questa immagine».
Massimo Brancati
La Gazzetta del Mezzogiorno |
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Non con i miei soldi. Non con i nostri soldidi don Marcello CozziParlare di pace in tempi di guerra è necessario, ma è tardi.
Non bisogna aspettare una guerra per parlarne. Bisogna farlo prima.
Bisogna farlo quando nessuno parla delle tante guerre dimenticate dall'Africa al Medio Oriente, quando si costruiscono mondi e società sulle logiche tiranniche di un mercato che scarta popoli interi dalla tavola dello sviluppo imbandita solo per pochi frammenti di umanità; bisogna farlo quando la “frusta del denaro”, come ...-->continua
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