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Basilicata, l'Eni blocca il trasporto di greggio

18/01/2009



A fine mese l’Eni «congelerà » il pozzo di Cerro Falcone, a Calvello. Questioni, a quanto pare, di autorizzazioni, di scelte di natura tecnico-aziendale. La decisione è destinata a riverberarsi, con effetti devastanti, sugli autotrasportatori lucani, riuniti nel consorzio Stl, impegnati dal ‘98 a trasportare greggio dai vari punti di estrazione a Viggiano e a Taranto. Facendo un conto - tra autisti, «padroncini», soci, manutentori, elettrauti e meccanici - circa 200 famiglie resteranno senza reddito. Il caso - denunciato ieri dal segretario provinciale dell’U d c, Palmiro Sacco - sta scuotendo l’intera Val d’Agri dove il petrolio ha portato più «grattacapi » che vantaggi. Gli autotrasportatori sono sul piede di guerra e denunciano l’atte ggiamento dell’Eni che - come sottolinea il presidente del consorzio, Attilio Sereni, nell’intervi - sta che pubblichiamo al lato - prima chiede ingenti investimenti sul parco-macchine e poi, a distanza di pochi giorni, decide di chiudere il pozzo: «Ogni sei mesi - sottolineano gli autotrasportatori - tecnici dell’Eni setacciano in lungo e in largo i nostri mezzi chiedendoci continuamente di investire. Lo abbiamo fatto anche questa volta, ma ora ci lasciano a secco. Speravamo almeno di poter ammortizzare la spesa, continuando a lavorare fino al termine del 2009».

La vicenda non riguarda, come dicevamo, soltanto gli autotrasportatori. C’è tutto un indotto che ruota attorno al trasporto di greggio, a cominciare dai venti vigilantes che fanno da scorta ai «bisonti». E poi gli autisti, gli elettrauti, i gommisti, i tecnici di assistenza e manutenzione, gli addetti alle strade, impegnati a intervenire sulle arterie dove transitano i mezzi pesanti per garantire la massima transitabilità e le necessarie condizioni di sicurezza. Fermando i mezzi significa lasciare a piedi anche tutta questa gente. Complessivamente il consorzio ha un fatturato annuo di 8, 9 milioni di euro soltanto nel settore trasporto, a cui vanno aggiunti i fondi spesi per la vigilanza e per l’assistenza. Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni sembra un film già visto: nel 2006 la compagnia petrolifera chiese di fermare Cerro Falcone e di mandare a casa gli autotrasportatori, alla scadenza del contratto. Questi ultimi portarono i loro «bisonti» davanti alla Regione. Si arrivò ad una mediazione: l’Eni avrebbe prorogato le commesse, intanto Regione e Comuni si sarebbero impegnati per accelerare l’iter autorizzativo per la realizzazione delle reti di collegamento all’oleodotto. Questa volta, però, non è una mossa per fare pressione sulle procedure burocratiche. La scelta dell’Eni, insomma, pare definitiva.

Massimo Brancati
La Gazzetta del Mezzogiorno



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