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| Una bomba ecologica a Tito. 8 anni fa i primi fondi, ma la bonifica è a zero |
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14/01/2009 |
| Una bomba ecologica alle porte di Potenza, rischi per la salute oltre che dell’ambiente, delle persone, un traffico di scarti industriali di dubbia provenienza. È la prima inchiesta del Pm anglonapoletano in materia di rifiuti, quella che gli ha aperto gli occhi su questo mondo, che ha portato alla notifica dell’avviso di conclusione delle indagini (atto propedeutico alla richiesta di rinvio a giudizio) a carico di tre ex vertici del consorzio industriale di Potenza (Alessandro Geraldi, Giovanni Di Pilato e Vito Mario Marsico) e tre responsabili di imprese del settore (Francesco Luigi Felice Caruso, Francesco Mario Ottati e Tommaso Montesano).
Ma se la vicenda giudiziaria è in fase avanzatissima, l’attività per porre rimedio ai danni ecologici e mettere a freno quelli per la salute è all’anno zero. Nonostante dal Ministero dell’ambiente siano già arrivati, e da anni, qualcosa come 4 milioni di euro per procedere alla bonifica, quei fanghi industriale codice europeo dei rifiuti 190804 che occupano una superficie di circa 20mila metri quadri (per intenderci qualcosa come tre campi di calcio) restano ancora lì, protetti solo da una pellicola di plastica spessa pochi millimetri che cede liberando sostanze nocive nell’ambiente. «I fanghi presenti all’interno delle trincee sono da classificare rifiuti speciali codice Cer 1908904 - scrivono i consulente del Pm Alessandro Iacucci e Mauro Sanna - tali fanghi sono di origine industriale, e non sono fanghi di origine urbana come riportato nelle progettazioni predisposte dal Consorzio. Le analisi di questi fanghi - aggiungono i periti - hanno evidenziato elevate concentrazioni di metalli quali rame, piombo e zinco. Questi fanghi - aggiungono ancora - incapsulati all’interno dei manti di Hpde per il loro elevato contenuto di metalli pesanti, visto lo stato di degrado e di cattiva gestione delle trincee, in completo stato di abbandono, possono essere causa di inquinamenti diffusi per la sottostante falda che affiora a breve profondità nel sottosuolo, una volta fuoriusciti dalle membrane stesse».
Il pericolo, insomma, è dietro l’angolo. E se si considera che questa relazione dei consulenti risale a 8 anni fa, non è catastrofismo pensare che quei danni all’epoca prospettati come imminenti oggi possano essersi realizzati. E alla luce del fatto che, ad esempio, lo Iarc (Agenzia internazionale di ricerca sul cancro) classifica il piombo e i suoi composti nel gruppo 2B (possibile cancerogeno nell'uomo), è chiaro come la situazione sia difficile. Ma come sono arrivati quei rifiuti nocivi e speciali lì? Ovviamente non è dato saperlo, ma indizi ce ne sono. Il principale è proprio nella composizione di quei rifiuti: accanto a «fanghi contenenti sostanze pericolose prodotti da altri trattamenti delle acque reflue industriali » si trovano «resina a scambio ionico esauste», vale a dire dei polimeri utilizzati per la depurazione dell’acqua, ossia per l’abbattimento die metalli pesanti. Come dire, è facile che vengano da qualche vasca di depurazione, ossia che qualcuno che ha depurato acque industriali per non inquinare qualche sito, abbia portato tutto questo a Tito, o che abbia pagato qualcuno per farlo al posto suo. Ma al «crimine» di cui si occupa l’autorità giudiziaria, si aggiunge il «crimine umano » di non porre rimedio a questa situazione.
Il sito di Tito, proprio per questa «bomba ecologica», è stato inserito tra gli interventi di interesse nazionale individuati dal programma nazionale di bonifica e ripristino del Ministero dell’Ambiente. I primi fondi (un miliardo emezzo di lire, arrivarono già nel 2002, e altri sono arrivati nel tempo. Ma quei giganteschi sigari di veleni resta lì. In una zona dove l’acqua, in inverno, giunge a un paio di metri sotto il livello del suolo, a ridosso, insomma, da quella «barriera» di plastica di pochi millimetri.
Giovanni Rivelli
La Gazzetta del Mezzogiorno |
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Non con i miei soldi. Non con i nostri soldidi don Marcello CozziParlare di pace in tempi di guerra è necessario, ma è tardi.
Non bisogna aspettare una guerra per parlarne. Bisogna farlo prima.
Bisogna farlo quando nessuno parla delle tante guerre dimenticate dall'Africa al Medio Oriente, quando si costruiscono mondi e società sulle logiche tiranniche di un mercato che scarta popoli interi dalla tavola dello sviluppo imbandita solo per pochi frammenti di umanità; bisogna farlo quando la “frusta del denaro”, come ...-->continua
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