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Parla l’«asso pigliatutto» della sanità lucana "Ma non sono un bandito"

8/01/2009



Non c’è un lembo di scrivania libero. Ovunque ha ritagli di giornale, documenti, foto. Trascorre il tempo a sottolineare articoli e titoli che lo riguardano: è completamente assorbito dalla vicenda giudiziaria che bolla come una «telenovela mediatica», frutto di voyeurismo e di pregiudizi. Vito Vincenzo Basentini, 60 anni - proprietario della Tecnomedical, società potentina che opera nel settore della sanità e che ha praticamente monopolizzato le forniture di attrezzature sanitarie in Basilicata - compare nei faldoni d’inchiesta del pm Henry John Woodcock: tra le tante intercettazioni spunta un suo colloquio con Franco Ferrara, l’imprenditore policorese, il personaggio-chiave del «Totalgate». Un contatto che intreccia i filoni d’indagine su petrolio e sanità. Basentini ci accoglie nel suo studio che sa di «smobilitazione»: «Ho messo in stand by la mia azienda - dice - perché così non posso andare più avanti. E anche se volessi, non potrei lavorare visto che mi hanno sequestrato computer e archivi».
Gli investigatori, evidentemente, sono
alla ricerca di tracce, di prove che lei
abbia dispensato mazzette. E che si sia
avvalso dell’amicizia di potenti per
avere canali preferenziali...
«Guardi. Non intendo rilasciare dichiarazioni sulla vicenda giudiziaria. Non voglio ostacolare l’operato della magistratura in cui continuo a credere. Posso solo dire che non ho mai pagato tangenti».
Il dubbio c’è nel momento in cui lei da
vendere cerotti e fasce è riuscito a mettere su un impero industriale...
«Ma io c’ho messo 35 anni per costruire quello che ho. L’ho fatto tutto con le competenze acquisite in questo lungo periodo e con una rete di amicizie sincere, basate sempre su rapporti assolutamente legali. E poi, diciamola tutta, Woodcock sul mio conto ha interrogato centinaia di persone. Se solo fosse emersa una prova contro di me, secondo lei il pm non mi avrebbe già fatto arrestare? La verità è che mi devono pizzicare con il lardo in mano per accusarmi».
Si sente perseguitato da Woodcock?
«E chi non lo è? Mi trattano come se fossi Totò Riina. Qui siamo tutti indagati. Forse anche lo stesso Woodcock. In questo clima è impossibile avere relazioni. Non c’è settore che non sia sotto indagine: vai alla Regione e non ti puoi avvicinare a nessun dipartimento. Ovunque si parla di inchieste pronte ad esplodere. L’ultima, in ordine di tempo, riguarderebbe l’agricoltura. In ospedale, poi, non ci metto più piede per non creare difficoltà a dirigenti e medici. Così è impossibile lavorare».
A proposito di indagini, dalle intercettazioni emergerebbe che lei era a conoscenza dell’inchiesta sulla sanità...
«Cose che si dicevano anche al bar. E non ora, ma un anno fa. È chiaro che è bastata una voce per mettermi in apprensione».
Per questo si è attrezzato con apparecchiature in grado di rilevare microspie?
«Volevo creare uno Spy Show dov’è consentito legalmente di promuovere prodotti per l’individuazione di spie e cimici. Non me lo hanno consentito. Comunque sono in grado di rilevare le microspie, questo è vero. Ne ho trovate a bizzeffe».
È vero che anche Ferrara le ha chiesto uno strumento rilevatore?
«No. Mi aveva chiesto un misuratore per la pressione, come si evince dalle intercettazioni».
Il pm ritiene che fosse una metafor a...
«Ma quale metafora. Era proprio un misuratore per la pressione».
Chissà, se non fosse stato intercettato mentre parlava con Ferrara forse lei oggi non avrebbe il groppo in gola. La sua è u n’amicizia «pericolosa»...
«Che non rinnego assolutamente. Conosco Ferrara da trent’anni ed è una brava persona. Lo stanno mettendo in croce e alla fine trasferirà la sua azienda a Milano con 500 persone che resteranno disoccupate».
Si dice che lei abbia le mani in pasta in tutti gli appalti della sanità. Che sia molto amico di alcuni medici influenti e che spesso è stato destinatario di trattative private...
«E che vuol dire? È normale che devo avere rapporti con i medici. Non vedo nulla di strano se porto fuori un medico per illustrargli le tecnologie, le nuove apparecchiature e poi, magari, vado anche a cena insieme a lui. Le trattative private? Quelle sono previste dalla legge, non c’è nulla di illegale».
Suo cugino è il sostituto procuratore della Dda, Francesco Basentini. A pensare male qualcuno potrebbe dire che lei, in questi anni, ha avuto una condotta non proprio lineare perché si sentiva protetto...
«Ma non diciamo sciocchezze. Con mio cugino, proprio per evitare sospetti e maldicenze, non parlo quasi mai. Gli auguri di Natale ce li siamo fatti a distanza, pensi un po’».
Ha paura?
«Sì. E tanta. La notte ormai non dormo più e temo che da un momento all’altro qualcuno venga a bussare alla mia porta alle 5 di mattina».

Massimo Brancati
La Gazzetta del Mezzogiorno



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