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Sedici anni per un trapianto

7/01/2009



Ha atteso 16 lunghi anni prima di essere sottoposta all’intervento di trapianto renale. Troppi, rispetto alla media dei pazienti che affollano le liste d’attesa. La storia riguarda una cittadina di Tursi, Maria Soria, di 64 anni. A raccontarcela è il figlio, Vincenzo Popia, quarant’anni (con un recente passato da vicesindaco nelle file dell’Udc), titolare della struttura turistico-ricettiva “Palazzo dei Poeti” che si trova nel suggestivo rione “Rabatana”. Arriviamo fin lassù nella gelida serata di lunedì scorso. Ad attenderci c’è Vincenzo, un ragazzo giovane, educato, in tasca una laurea in legge “per cultura personale”. Ci troviamo di fronte un figlio disperato, ma non arrendevole, che, premettiamo non attacca nessuno, ma così com’è legittimo, si pone molti interrogativi. Di mezzo c’è la vita di sua madre. Ce la facciamo raccontare. Così Vincenzo inizia a parlare con lucidità e pacatezza, articolando le argomentazioni. Si capisce subito che di nefropatie e di trapianti ha dovuto farsene una cultura. Per necessità. Da anni fa parte anche del direttivo regionale dell’Aido, presieduto dal valsinnese omonimo, Franco Popia (uno che perdette una figlia in un drammatico incidente, ma quella morte salvò la vita ad altre persone). “Mi sono autosospeso – ha spiegato Vincenzo – fino a quando non verrà fatta chiarezza a quello che sta accadendo in questi giorni”. Sono proprio le notizie dell’inchiesta del pm Woodcock sulla sanità, che non escludono l’ambito dei trapianti, a far sì che Popia si sia spinto a voler parlare della travagliata vicenda della madre. “Nel 1985 mia madre – ha esordito Vincenzo – aveva quarant’anni si accorse di non aver più la funzionalità renale, così iniziò il “calvario” della dialisi. Per molti anni andava tre giorni la settimana, lunedì, mercoledì e venerdì, prima a Matera e poi a Tinchi di Pisticci. Da subito si iscrisse nelle liste d’attesa per il trapianto. Così ogni telefonata, ogni squillo di telefono ci metteva tensione perché poteva essere una chiamata importante”. Ma non fu così. “Nel frattempo mandavamo ogni tre mesi un “siero” a Roma che serve per aggiornare il database dei trapiantabili ed al contempo stabilire in caso di disponibilità di organi il livello di compatibilità. Mia madre risultava sempre trapiantabile, ma non veniva mai chiamata. Ci siamo chiesti allora il perché delle lungaggini. Nel frattempo altre persone in lista di attesa venivano soddisfatte, pur avendo, ed è un dato di fatto, aspettato meno di mia madre. Chiedemmo le motivazioni e ci fu risposto che loro legavano il trapianto alla compatibilità. “Per tua madre ci vuole il rene giusto in maniera che non si creino problemi” ci dissero. Alla luce di quello che emerge oggi – ha continuato - sono sincero, qualche dubbio mi viene.” Ma la signora Maria nel frattempo si era recata comunque a Roma, ma solo in qualità di riserva: “Andammo al Policlinico Umberto I - ha sottolineto – perché quando c’era la disponibilità di due reni, chiamavano tre persone, tutte compatibili. Caso mai succedeva qualcosa ad uno, subentrava mia madre.” Poi la svolta. “Stufi di attendere senza esito – ha detto – negli anni 95-96 ho iscritto mia madre nelle liste di attesa del Nit a Milano, dove si rivolgono prevalentemente quelli del centro nord. Dopo cinque anni circa che mandavo il siero sia a Roma che nel capoluogo lombardo, nel 2001 mia madre fu sottoposta a trapianto all’ospedale “Niguarda” di Milano. Finì il calvario della dialisi, ma sedici anni di trattamento degenerano. Eccome. Una cosa e ricevere il trapianto a quarant’anni e poco più ed un’altra com’è il caso di mia madre, a cinquantasei”. Ma i guai purtroppo riaffiorano. “Nei giorni scorsi dopo accertamenti – ha raccontato mestamente – abbiamo saputo che il rene non funziona più e che mia madre deve tornare in dialisi. Non vorrei che i sedici lunghi anni siano stati cruciali. Sta di fatto che ora lei non è più in grado di subire questo trattamento invasivo. Temiamo per lei, per la sua vita. Mi chiedo: non è che sia stata vittima del sistema? Infatti la dialisi doveva essere una parentesi che si è protratta molti anni.” Infine Vincenzo ha raccontato che in quegli anni di attesa informò della questione l’allora ministro della Sanità De Lorenzo, nonché la dottoressa Pizzi, collaboratrice del dottor Sirchia, medico luminare dei trapianti, divenuto ministro della Salute anche lui. “A Milano – ha concluso – trovai il dottor Martini, responsabile del Nit. Lì mi fecero capire come funzionava il tutto. Quando c’è un rene disponibile, si compara il siero delle persone in attesa con un computer il cui programma velocemente valutando tutti valori ed i parametri, indica il nome di chi ha il livello di compatibilità più alto. Insomma, a chi deve andare il trapianto. Ora mi chiedo per quanto tempo questo siero viene conservato?”

Pierantonio Lutrelli
lutrelli.blogspot.com/



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