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Compare Egidio, morto di solitudine

28/12/2008



In via De Pinedo la tristezza era di casa. Da sempre. Da 75 anni esattamente. Tanti ne aveva Egidio Pastano, “cumba’ Egidio” veniva chiamato nel suo paese, quando nella mattinata del 26 è stato trovato morto. Una morte naturale, molto probabilmente dovuta ad un malore, forse un infarto. E’ stato trovato nella sua semplice casa seminudo con una mano sul petto da una parente, Maddalena Santagata, e dai carabinieri della stazione di San Giorgio Lucano, i quali avevano ricevuto una telefonata dei più stretti familiari, la sorella ed il cognato, insospettitosi del fatto che da qualche giorno non lo si vedesse più in giro. Già perché i suoi parenti torinesi emigrati tempo fa alla ricerca di un lavoro e di una vita più serena, come d’altronde oltre un milione di lucani che si trovano oltre i confini regionali per la stessa ragione, si accertavano delle sue condizioni telefonando ai vicini di casa o alla stessa Maddalena. Subito il medico ha accertato che si è trattato di morte naturale, avvenuta 48 o al massimo 72 ore prima. Tutti in paese sapevano che il povero Egidio non aveva avuto una vita fortunata: celibe e nemmeno senza figli naturali viveva da solo. Non aveva rapporti con nessuno, nemmeno con la stessa Maddalena o vicini di casa. Tanto è vero che un ristoratore che abita proprio a fianco ci racconta che a stento salutava. Il suo era un carattere schivo, ermetico, quasi come se vivesse in un paese deserto come un eremita. Quando lo si cercava di coinvolgerlo in una qualunque attività veniva guardato in maniera fredda e distaccata come se tutto ciò che gli girasse intorno fosse indifferente. E nemmeno durante queste feste natalizie si era lasciato coinvolgere dal calore e dall’effetto che circonda tutti per la ricorrenza più importante dell’anno. Probabilmente alla base di questa sua vita solitaria si nascondeva la rabbia di chi aveva avuto un’esistenza costellata di numerose patologie. Tanto che dopo molte sollecitazioni si era recato due anni fa proprio a Torino, dalla sorella e dal cognato, per curarsi e nello stesso tempo rimanere vicino agli affetti più cari. Ma non ha resistito molto al richiamo del paese nel quale aveva vissuto per tanto tempo come bracciante agricolo della forestale per trascorrere gli ultimi anni della sua vita, da pensionato. Può sembrare paradossale che in un paese di meno di mille anime dove non ci sono grandi svaghi e poca vita sociale se non il classico bar, ci sia ancora chi è attaccato alle proprie origini. Viveva in una casa di pochi metri quadrati, in una di quelle abitazioni che potrebbero fare al caso di “Cristo si è fermato ad Eboli”: un caminetto, un tavolo e qualche sedia. Nulla più. La solitudine era la sua compagna di viaggio. Sempre.

Gabriele Elia
Il Quotidiano della Basilicata



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