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Frana a Tito, paura e sfollati. Ricordi lucani: l'alba tragica di Senise

26/11/2008



Occhi arrossati. Sul volto i segni di una notte di paura. Fermi, immobili davanti al crollo: se potessero rimetterebbero tutto a posto con le loro mani. Ma si sentono impotenti di fronte a quella strada sgretolata, al muro che è scivolato giù, all'impossibilità di tornare a casa. Siamo in via san Vito, in pieno centro cittadino, a Tito: qui, alle due di notte tra lunedì e martedì, una frana ha sconquassato la strada adiacente, la passerella di accesso a un edificio. E il sonno degli inquilini, una quindicina in tutto, costretti a lasciare le proprie abitazioni sulla scia di un'ordinanza di evacuazione emessa dal sindaco del paese, Pasquale Scavone. Sul posto, subito dopo l'accaduto, sono intervenuti i vigili del fuoco, i carabinieri e gli agenti della polizia municipale che hanno transennato l'area in attesa di ulteriori rilievi geologici. Sondaggi tecnici che dovranno stabilire le cause della frana e, soprattutto, se esistono pericoli per il palazzo che confina con quello interessato dallo smottamento.

Sempre a scopo precauzionale il Comune ha emesso un’ordinanza di divieto di utilizzo di garage nella parte sovrastante: «Abbiamo deciso di sgomberare le sei famiglie – sottolinea il sindaco Scavone – solo per prevenire possibili problemi. Dobbiamo approfondire la questione. A prima vista, comunque, credo che il palazzo non abbia subìto danni. Lo scivolamento del terreno ha coinvolto soltanto un muro di contenimento che, ruotando, ha determinato una depressione tra i due edifici presenti nella zona. Al momento non possiamo escludere nulla. Saranno i geologi a dirci se ci dovranno essere ulteriori provvedimenti di sgombero». A tal proposito, ieri sono giunti in paese, allertati dallo stesso sindaco, tecnici della Protezione civile per supportare l'amministrazione comunale sulle valutazioni del caso.

Esami più approfonditi diranno cosa bisogna fare per mettere in sicurezza l'edificio sgomberato: è stato escluso, almeno per ora, un coinvolgimento diretto degli edifici vicini nel movimento del terreno. «Il nostro primo pensiero – insiste il sindaco che si è recato sul posto pochi minuti dopo l'accaduto – è quello di tutelare gli abitanti». Già, i residenti. Se le loro case dovessero restare «off-limits», dove andranno a dormire? «I cittadini si sono già rivolti ad amici e parenti – conclude Scavone – ma l'amministazione comunale è pronta a scendere in campo qualora ce ne fosse bisogno. Chi vuole può trovare ospitalità in un albergo del paese, ma speriamo che l'allarme rientri al più presto». Inguaribile ottimista, il sindaco.

I residenti, invece, temono che le criticità si amplifichino con il passare dei giorni: «Da queste parti le infiltrazioni d'acqua sono di casa. Spesso si è dovuto intervenire per ripristinare le condotte idriche: forse alla base di questo smottamento ci sono proprio le perdite d'acqua che hanno reso ancor più fragile il terreno. E le piogge di questi giorni non certo aiutano». Il maltempo, insomma, è lo spauracchio numero uno. D’altra parte Tito, che ha un territorio particolarmente esposto al rischio frana, ha già dovuto fare i conti in passato con smottamenti causati proprio da abbondanti precipitazioni.

«Bisogna fare presto - tuonano i residenti - per avere un quadro completo e dettagliato della situazione. Pe rdere tempo sarebbe davvero imperdona - bile considerando la gravità del caso». I cittadini contano i minuti che li separano dal ritorno a casa. Un modo per esorcizzare la paura di un trasloco definitivo.

Massimo Brancati

IL RACCONTO DEI TESTIMONI
«Erano passate da poco le 2. Stavo a letto. Ho sentito un forte rumore. Un boato. No, non ho pensato al terremoto, ma credevo che fosse caduto qualcosa fuori. Mi sono affacciato alla finestra è ho visto un'auto parcheggiata che praticamente era ferma su un fianco: lì ho capito che il terreno stava scivolando». Nicola Langone è uno dei quindici residenti della palazzina evacuata in via San Vito. Non si dà pace per quello che è accaduto e, soprattutto, è in fibrillazione per ciò che sarà. Potrà ritornare a casa? Quanto tempo dovrà passare tra rilievi ed eventuali opere di consolidamento?

C'erano mai stati segnali che potessero in qualche modo far pensare a problemi di stabilità del terreno?
«No, almeno che io ricordi. Certo, abbiamo fatto spesso i conti con perdite d'acqua, ma nessuno si è soffermato più di tanto su questo aspetto. Alla luce di quanto è successo forse quei problemi potrebbero aver reso più fragile il terreno. Ad ogni modo sono aspetti che vanno chiariti dagli esperti».

Crede che il palazzo abbia subìto danni?
«Non penso, perché la passerella di accesso è un corpo a sé».

Allora non avrebbe paura a rientrare?
«Calma. Non siamo noi a dire se si può tornare subito nelle nostre abitazioni. Aspettiamo cosa ci diranno i geologi».

Dove andrà con la sua famiglia?
«Vedremo. Per il momento penso di trovare ospitalità da parenti. Una cosa è certa: qualora dovessimo decidere di andare in un albergo, spero proprio che non si faccia la fine degli abitanti di Bosco Piccolo, la frazione di Potenza inghiottita dalla frana. Mi risulta che nessuno di loro abbia avuto la casa promessa». Carmine Vazza, un altro residente dell'edificio sgomberato, non ritiene necessarie ulteriori valutazioni sulla stabilità della zona e si dice convinto che l'abitazione non sia stata intaccata dal movimento franoso. Va e viene dall'area dello smottamento soffermandosi sulla passerella.

Si è staccata dalla vostra casa senza danneggiarla?
«Penso di sì. È stata aggiunta dopo al palazzo. Il fatto che si sia spaccata non vuol dire che automaticamente ci sia stato il coinvolgimento dello stabile. Sono convinto che presto realizzeranno un'altra passerella per consentirci di tornare a casa».

Nel frattempo cosa farà?
«Mi arrangerò. Come tutti gli altri inquilini. Spero solo che si faccia presto a chiarire esattamente tutto il contesto. La burocrazia, almeno in questi casi, deve accelerare il suo iter».

Massimo Brancati

STORIA LUCANA: QUELL'ALBA TRAGICA DI SENISE

Otto morti, uno smottamento che ha fatto sprofondare la collina Timpone di quasi 30 metri: è impossibile, quando si parla di frane lucane, non ricordare quella terribile di Senise. Era il 26 luglio del 1986. Alle prime luci dell’alba un boato, poi il forte rumore di calcinacci, di crolli. Poi le urla e i pianti. Il perché di quella tragedia ha l’amaro sapore dell’errore e della negligenza umani. Un anno prima del forte smottamento, nella stessa zona se ne era verificato un altro, più lieve, tanto che il Genio Civile di Potenza aveva consigliato di bloccare qualsiasi opera di edificazione. Lo sbancamento della collina in più parti per realizzare opere di edilizia popolare («tutte con regolare licenza edilizia» come precisarono all’epoca dal Comune) avvenne senza preliminari opere di consolidamento per la messa in sicurezza del territorio. «Sarebbero bastati 4 miliardi - dichiarò Mario Del Prete, allora docente all’università di Viterbo, al quale fu commissionato uno studio della zona- e forse adesso sarebbero tutti vivi ».

La tragedia fu causata tecnicamente dallo scivolamento di strati sabbioso- arenaci, intercalati a livelli argillosi, tagliati per dare spazio agli edifici che poi vennero distrutti dalla frana. Oggi chi guarda la collina Timpone da lontano vede una spianata giallastra interrotta da alcuni muri di sostegno intervallati l’un l’altro. Sono le opere di consolidamento realizzate dopo il 1986. Gli interventi furono realizzati per eliminare le situazioni di rischio del centro abitato di Senise, per un importo di circa 26 miliardi di lire. Una parte di questi interventi ha riguardato la messa in sicurezza della collina franata, in particolare con la realizzazione di muri di sostegno su pali con tiranti collocati all’interno del terreno per consentire una maggiore stabilità alla struttura. La seconda parte degli interventi riguardava sia le abitazioni danneggiate dalla frana sia la realizzazione di pozzi drenanti e la messa in sicurezza di fronti di scavo apparentemente in pericolo. La funzione dei pozzi è quella di svuotare le falde acquifere presenti e scaricare l’acqua nel fiume Serrapotamo. Le opere di consolidamento effettuate dopo il 1986 rappresentano, però, un intervento «incompiuto», come è stato definito dal professore Vincenzo Cotecchia, durante un convegno tecnico tenutosi a Senise in occasione del ventennale della frana e dedicato proprio allo smottamento. «Quello dei pozzi drenanti - spiegava - è un sistema che ha sicuramente fatto vedere i suoi effetti all’inizio. Ma il tempo è sfavorevole perché non c'è stata una grande manutenzione ».

Zero manutenzione che equivale ad un’efficienza relativa poiché tutti i pozzi sono tra loro comunicanti e se anche se ne ottura uno soltanto, in quelli precedenti si inizia a raccogliere l’acqua e le falde intorno si ricaricano. Da qualche mese, con interventi promossi nell’ambito della legge 226 sulla difesa dal rischio idrogeologico, una parte di questi pozzi è stata controllata e ripulita. Sono, inoltre, partiti anche nuovi interventi di consolidamento in altre zone del centro abitato senisese. Ma la burocrazia legata alla tragedia del 1986 è di difficile ricostruzione. Nelle Comune di Senise non esiste un archivio dedicato alle opere realizzate in seguito alla frana del 1986. E, come spiegano dallo stesso Comune, è difficile anche reperirlo in Regione. Nessuna documentazione sui collaudi dei lavori o sui fondi stanziati.

MARIAPAOLA VERGALLITO

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