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Il 39% dei lucani vive in luoghi «altamente sismici»

18/11/2008



Lo sapevamo da tempo di abitare su una terra «ballerina». Ma questa volta a confermarcelo c’è una mappa ufficiale delle aree più a rischio terremoto redatta dall’Istat: la Basilicata, con Calabria e Molise, è la regione a più alta sismicità. Complessivamente, in tutta Italia, 3 milioni di persone abitano in zone «fragili» e tra queste ci sono 227.159 lucani. Considerando che nella nostra regione abitano poco più di 590 mila abitanti, ecco che viene fuori un quadro statistico allarmante: quasi il 39% dei lucani convive con l’alta sismicità. Sono 284.127, invece, i residenti che abitano in zone dove il grado sismico è definito «medio» e 79.715 dove la sismicità è «minima ». E in questo quadro statistico generale c’è il caso Potenza: nel capoluogo lucano quasi 30 mila persone abitano in strutture costruite senza criteri antisismici risalenti a prima del 1980. E nonostante i 240 milioni di euro (fatte le dovute rivalutazioni) spesi per la ricostruzione in Basilicata, ad oggi nessun adeguamento sismico è stato attivato per gli ospedali. Mentre nel capoluogo sono solo una decina le scuole messe a norma. Sulla scia di questi dati che, naturalmente, preoccupano, la Basilicata è diventata un grande laboratorio per lo studio del rischio sismico e idrogeologico. Tutto questo grazie all’at t iv i t à di ricerca dei dipartimenti dell’università a quella del Consiglio Nazionale per la Ricerca di Tito, che da anni opera, attraverso l’utilizzo di nuove tecnologie, per la previsione e la prevenzione dei rischi naturali. Fra i nuovi strumenti a disposizione le rilevazioni da satellite e quelle sul posto, con apparecchiature capaci di effettuare vere e proprie radiografie e indagini approfondite del sottosuolo. Nel corso degli ultimi anni, attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie, i ricercatori dell’Imaa Cnr hanno «radiografato » una serie di movimenti franosi, da Latronico a Tricarico, dalla contrada potentina di Giarrossa a quella di Bosco Piccolo, a Potenza, interessata da una frana di una certa entità, della quale è stato possibile conoscerne la profondità e altre caratteristiche utili per la pianificazione degli interventi, come ha spiegato Vincenzo Lapenna del Cnr. Fra le altre applicazioni delle moderne tecnologie sul territorio, quella ancora in corso in Val d’Agri, per la localizzazione della faglia che generò il terribile terremoto del 1857. Il disastroso sisma della metà dell’O t t o c e n t o, che colpì Napoli e la Campania, ebbe come epicentro la Val d’Agri: di qui l’interesse per la localizzazione della faglia dei ricercatori lucani e campani. «Abbiamo collaborato con diversi enti e ricercatori - ha commentato Sabatino Piscitelli, ricercatore del Cnr - per localizzare la faglia perché i terremoti di una certa entità, possono registrarsi a cadenza ciclica. E quindi attraverso lo studio della faglia è possibile prevedere la ricorrenza degli eventi sismici». Grazie alle rilevazioni da satellite è stato poi possibile rilevare una «zona di deformazione », come hanno spiegato i ricercatori, nel comune di Satriano, sulla quale si sta lavorando per capire le cause.

SUL PERICOLO FRANE I COMUNI VANNO A RILENTO
In Basilicata ben 123 i comuni della Basilicata, definiti «a potenziale rischio idrogeologico» dal Ministero dell’Ambiente e dall’Upi (Unione Province Italiane). Di questi 56 sono a rischio frana, due a rischio alluvione, 65 a rischio di entrambe, e rappresentano il 94 per cento dei nostri paesi, il 100 % della provincia di Matera.

Numeri che in parte non sorprendono: la forte instabilità del territorio lucano è considerato dato acquisito. Forse si sapeva meno che il lavoro di mitigazione dalla minaccia di eventi catastrofici è insufficiente o nullo. Le azioni delle amministrazioni contro la minaccia di esondazioni e frane sono legate da un lato alla gestione del territorio (corretta urbanizzazione, manutenzione degli alvei e delle opere idrauliche, delocalizzazione delle aree a rischio); dall’altro alla gestione dell’emergenza, attraverso appositi piani - aggiornati e portati a conoscenza della popolazione, per sapere cosa fare e dove andare in caso di calamità naturale - e attraverso l’org anizzazione locale di protezione civile.

Un’indagine di Legambiente, svolta su tutto il territorio nazionale, ha voluto proprio verificare l’esistenza e lo stato di attuazione di queste attività di prevenzione. Della nostra regione, solo 16 tra i comuni classificati dal Ministero hanno risposto ai questionari inviati dall’associazione (ma i dati elaborati sono relativi a 15: uno afferma di non avere strutture in aree a rischio). I numeri non sono confortanti: il 67 per cento ha abitazioni in aree a rischio idrogeologico, in uno su cinque in tali aree sono stati costruiti interi quartieri. In più della metà, in zone esposte a pericolo si ergono fabbricati industriali, il che significa, oltre alla minaccia per la vita dei dipendenti, quella di sversamento di prodotti inquinanti in acque o terreni. A fronte di ciò, solo il 27 per cento ha iniziato la delocalizzazione delle strutture.

Massimo Brancati
La Gazzetta del Mezzogiorno



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