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“Dietro le otto bare silenzio e rabbia”

17/11/2008



Chi vive raccontando e trascorrendo un'intera esistenza cercando di trasmettere con le parole gli scorci di vita che gli passano davanti, siano essi emozioni, scoperte o tragedie, merita di essere ricordato attraverso ciò che ha fatto e ciò per cui è vissuto. Oggi La Siritide vuole ricordare Franco Sernia, giornalista lucano scomparso ieri all'età di 59 anni, riportando un articolo che, siamo sicuri, suonerà tristemente familiare a molti. Un articolo che arriva direttamente dalla più profonda, e per certi versi ancora inconsapevolmente aperta, ferita di Senise. Ringraziamo Franco Sernia per averlo scritto. Ringraziamo Il Quotidiano di Basilicata per averlo ripubblicato nel numero di oggi.
Era il 29 luglio di ventidue anni fa.


"Quando le prèfiche, nel tipico costume delle donne senisesi, cominciano ad elevare i loro lamenti, la cerimonia è finita. Gli otto feretri vengono sollevati e portati a spalla per tutto il paese, fino al piccolo cimitero di collina. Un rito funebre al quale ha assistito una folla composta e muta, cinquemila persone racchiuse in piazza Libertà, con gli occhi rivolti al sagrato della chiesa madre di San Biagio, dov'erano esposte le otto bare. "Pinuccio mio, Maria, Maddalena, c'è la mamma con voi, c'è la mamma" recitava in cantilena Lucia Cifarelli, bracciante agricola, mentre sorretta da altre due donne seguiva, disfatta fisicamente e moralmente, i suoi tre figlioletti, Giuseppe di quindici anni, Maria di dodici e Maddalena di otto, nel loro ultimo viaggio. Tutti gli occhi erano puntati su di lei, povera donna di soli trentotto anni che pareva ne avesse almeno trenta di più. Lucia Cifarelli non ce l'ha fatta a raggiungere il piccolo cimitero di collina. Giunta nei pressi si è accasciata completamente, venendo meno, ed è stata accompagnata in ambulanza presso il vicino ospedale di Chiaromonte. Il capitolo delle vittime stroncate nel sonno dallo smottamento di Collina Timpone si è dunque chiuso ieri mattina, in questo paese al confine tra le province di Potenza e Matera, una delle lande più sperdute d'Italia. La numerosa folla che gremiva piazza Libertà non era composta da soli senisesi. Molta gente è venuta dai paesi vicini a rendere omaggio alle vittime, impressionata da un avvenimento da tutti considerato un disastro causato non soltanto dalla natura matrigna. Muti e silenziosi. Tutti. Eppure in quegli sguardi, in quei volti tristi e cotti del sole, si leggeva tanta rabbia. La rabbia e l'impotenza di chi sente di non contare nulla e subisce la sua condizione di marginalità. Tranne Nino Calice, un senatore comunista, ed alcuni politici regionali, come l'assessore ai Lavori pubblici, il presidente del Consiglio regionale, l'assessore alla Formazione professionale, quello all'Agricoltura sono state completamente assenti le istituzioni centrali. Il ministro della Protezione civile Zamberletti ed il prefetto Pastorelli si sono fatti rappresentare dai due geologi, Galanti e Catenacci, che da tre giorni svolgono in questo paese un duro e difficile lavoro. Nessun altro a rappresentare lo Stato. Ma ai familiari di Giuseppe, Maria, Maddalena, Rocco, Maddalena sorella di Rocco, Francesca, Immacolata e Pinuccio, alcuni singhiozzanti, altri chiusi in una maschera di dolore, questo non importava. Il loro pensiero correva ai corpi senza vita che accompagnavano per l'ultima volta. Nessuno si è stracciato le vesti, nessuno ha urlato per questa mancanza di rappresentanti dello Stato centrale, la gente qui c'è abituata. Una compostezza che è stato il vero motivo dominante di questa cerimonia funebre. Il sindaco, unico uomo politico che ha parlato dopo le omelie di don Gerardo Pierro, vescovo della diocesi di Tursi-Lagonegro e don Egidio Guerriero, l'anziano parroco del quartiere distrutto dallo smottamento di 120 mila metri cubi di terra, ha ricordato sobriamente, con parole toccanti, gli scomparsi e l'amico Rocco Gallo, ucciso dal crollo della casa, che con tanto amore e sacrificio aveva ristrutturato, quella stessa che è costata la vita a lui e a sua moglie Immacolata. Ma se si è chiuso il capitolo delle vittime, si riapre ora quello di coloro che rimangono a convivere con un territorio che smotta, frana, scivola a valle. Tutto ciò si leggeva ieri negli occhi della gente, come in un libro aperto. Oltre le lacrime e gli strazianti lamenti "dei genitori rimasti senza figli e dei figli rimasti senza genitori" come ha sottolineato il vescovo durante l'omelia, il cui tema centrale era imperniato sulla strage degli innocenti. "Senise" ha continuato l'alto prelato "non grida come Rachele che non vuole essere consolata, Senise ha bisogno della consolazione di tutti, divina e umana. Perché le promesse nate da queste tragedie devono essere mantenute".

Franco Sernia
La Repubblica
20 Luglio 1986



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