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| Basilicata, meglio i calli che la laurea |
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26/10/2008 |
| Basilicata terra di laureati, ma per i «cervelloni» non c’è lavoro. La regione ha il più alto tasso di scolarità secondaria (il 98% di giovani fra i 14 e i 18, si sono iscritti, nello scorso anno, a un istituto superiore) e conta 28 laureati su cento persone di 25 anni (nel Sud la media è di 24, in Italia di 27): a conclusione del percorso di studi questi giovani sono costretti a emigrare perché il tessuto produttivo lucano cerca soprattutto manodopera ed è «allergico» a figure manageriali.
Infatti la stragrande parte delle nuove assunzioni previste nei prossimi anni - incrociando i dati di un’indagine della Forim (Camera di Commercio di Potenza) nell’ambito del progetto Equal Mano e del rapporto Accenture-Bocconi - riguarda figure professionali di qualifica per le quali è sufficiente come titolo di studio quello della scuola dell’obbligo. Le assunzioni programmate dalle imprese lucane di personale in possesso di un diploma di scuola superiore si attestano intorno alle 1.600 unità a fronte delle 80 di laureati.
I titoli di studio più richiesti sono quelli relativi all’indirizzo amministrativo/commerciale (ragioniere, perito aziendale, operatore commerciale): si tratta di titoli caratterizzati da una forte «trasversalità» della preparazione che consentono di accedere a un ampio ventaglio di professioni nell’industria e nei servizi. Ma il mercato occupazionale lucano cerca soprattutto manualità. Soffriamo di una penuria di volenterosi dei lavori manuali (molti dei quali una volta si passavano di padre in figlio).
Ecco qualche esempio: sarto, carpentiere edile, escavatorista, cartellista, idraulico, elettricista, carrozziere, gruista, tornitore, meccanico, imbianchino, caldaista/ conduttore di generatori di vapore, saldatore, ma anche professionalità che dovrebbero essere una caratteristica legata alla storica vocazione della Basilicata come addetti alla trasformazione del latte, potatore, floricoltore-vivaista, bracciante agricolo.
La domanda occupazionale, dunque, è orientata a profili medio bassi: per ragioni di budget, ma anche culturali, vengono snobbate figure professionali come manager, professionisti del marketing e della ricerca. I piccoli imprenditori, insomma, appaiono riottosi a investire risorse economiche in profili che tendono ad assorbire nelle proprie competenze. Della serie, faccio tutto da me. Le medie e grandi realtà produttive presenti sul territorio lucano? Quasi tutte hanno la casa- madre fuori regione e preferiscono affidarsi a dirigenti interni. Per intenderci: Fiat, Ferrero, Barilla e Coca-Cola hanno già i «cervelloni» nel proprio organico.
Risultato: i laureati lucani continuano ad emigrare e il comparto industriale ancora non riesce ad interagire con il sistema univers itario. E questa è una frattura che affonda le radici nell’assenza di un collegamento tra mondo scolastico e imprese. Ciò crea non poche difficoltà nel reclutamento di personale, tanto che le imprese ricorrono prevalentemente a segnalazioni di persone di fiducia e alle autosegnalazioni attraverso i curricula. Un percorso che da un lato impedisce alle imprese di ottimizzare il momento della selezione del personale, perché la scelta è spesso effettuata sulla base di informazioni incomplete, dall’altro comporta la dispersione del patrimonio di conoscenze che il sistema scolastico ha prodotto. Un ultimo tassello riguarda la formazione professionale: il sistema formativo regionale asseconda un processo di scolarizzazione che è «spiazzante» rispetto alle reali opportunità della Basilicata.
I nostri giovani sono orientati verso attività concernenti le professioni impiegatizie. Accade così che nel Metapontino, tanto per fare un esempio, il 60% della forza lavoro regolare in agricoltura (settore trainante) viene dalla Puglia. Tutto ha origine in un approccio culturale delle famiglie che tendono ad escludere certi lavori dal futuro dei propri figli. Aprendo, di fatto, le porte al precariato a vita o all’emigrazione.
Massimo Brancati
La Gazzetta del Mezzogiorno
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Non con i miei soldi. Non con i nostri soldidi don Marcello CozziParlare di pace in tempi di guerra è necessario, ma è tardi.
Non bisogna aspettare una guerra per parlarne. Bisogna farlo prima.
Bisogna farlo quando nessuno parla delle tante guerre dimenticate dall'Africa al Medio Oriente, quando si costruiscono mondi e società sulle logiche tiranniche di un mercato che scarta popoli interi dalla tavola dello sviluppo imbandita solo per pochi frammenti di umanità; bisogna farlo quando la “frusta del denaro”, come ...-->continua
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