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I "no" dei lucani bloccano il Paese

5/10/2008



Il tema energia è diventato una prodigiosa sintesi di due argomenti dominanti negli ultimi tempi: il federalismo e la responsabilità amministrativa. Intesa, quest’ultima, come capacità di governare un territorio. Il convegno annuale dei Giovani industriali a Capri è stato dedicato dalla presidente Federica Guidi proprio ad energia, ambiente e sviluppo. Su queste varianti si sono esercitati tutti per due giorni. Ultimo (ma non ultimo) ieri Fulvio Conti, amministratore delegato dell’Enel. Ha provato a rendere l’idea di quanto finisca per costare alla collettività il potere di veto delle amministrazioni e la capacità di interdizione delle popolazioni locali. O meglio, «di quelle minoranze vocianti e dall’ambientalismo ideologico». Per esemplificare Conti ha portato idealmente la platea in Basilicata. Elettrodotto, linea Matera-S. Sofia. Conti: «Per 18 anni non si è potuta fare perché un sindaco diceva di no. E in questo modo abbiamo assistito al paradosso di una regione, la Puglia, che produce moltissima energia ma non la può dare alla Campania che ne ha bisogno». Non è tutto. Ancora il signor Enel: «…per esempio, l’impianto di biomasse del Mèrcure, in Basilicata, non si può fare perché qualcuno si oppone…». Non c’è contraddittorio e nessuno tra i presenti può spiegare le ragioni lucane. Ma forse Conti immagina dove andrebbero a parare e spiega: «I produttori di energia non sono i nemici della popolazione. Noi vogliamo lo sviluppo dei territori, non abbiamo nessun interesse ad ammazzare i bambini». Tutto questo che cosa significa? Che il rischio del corto circuito tra fame elettrica e federalismo potrebbe avere conseguenze incalcolabili. Antonio Costato, vicepresidente Energia e Mercato di Confindustria, fa qualche calcolo. L’Autorità per l’energia impone un valore di poco superiore ai 90 euro per megawattora come costo dell’energia. È un costo medio. Quel megawattora in Sicilia costa 156 euro, al Nord 80 e, quando si dice la combinazione, a Capri il triplo del prezzo medio. Morale: se ognuno si tenesse l’energia che produce, la solidarietà nazionale andrebbe a farsi benedire. Certo, e torniamo all’efficienza, se si posassero cavi sottomarini sia Capri che la Sicilia «starebbero» in Italia. Ma nel frattempo? Nel frattempo le Regioni hanno capito che aria tira sul fronte del federalismo fiscale. E così la Sicilia vorrebbe tenersi le accise per il petrolio che raffina, il Veneto propone la stessa cosa per il gas che riscalderà l’Italia grazie al rigassificatore di Rovigo, la Basilicata era (è?) pronta a seguire l’esempio della Sicilia facendo leva sul petrolio. La Puglia che produce il 10% dell’elettricità nazionale e ne consuma meno della metà, rivendica compensazioni. Ma dopo l’elettricità c’è l’acqua. E così via si arriva al filo spinato. Altro che sviluppo federalista. Anche perché a sentire la relazione finale di Paolo Scaroni, amministratore delegato di Eni, c’è da tremare. La nostra dipendenza dal gas (russo, algerino, libico) è assoluta. Solo per colmare l’incremento della domanda di energia da qui al 2020, rinunciando al gas l’Europa dovrebbe costruire 70 nuove centrali nucleari. Oppure l’equivalente di 50mila campi di calcio di superci fotovoltaiche. Oppure 15mila pale eoliche, una fila come da Roma a Pechino. Oppure accelerare la ricerca sulla sicurezza delle centrali a carbone. Oppure puntare drasticamente sulla riduzione di sprechi e consumi. Oppure, riassume Scaroni, servono tutte queste misure insieme. Nel frattempo, restiamo tutti buoni amici della Russia.

Gianfranco Summo
La Gazzetta del Mezzogiorno



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