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Uva in Basilicata, "Quest'anno nessuno la vuole"

30/09/2008



«Non c’è mercato. Nessuno vuole la nostra uva. Non ne abbiamo raccolto un solo chicco. L’anno scorso, alla fine di settembre, la vendemmia era stata già quasi completata». Antonio Loscalzo, vitivinicultore della zona di Terzo Cavone, così “fotografa” il momento negativo del settore dell’uva da vino.
«Nel 2007 anche la qualità del prodotto era migliore. Quest’anno, invece, per non aver avuto acqua per irrigare, a causa dell’emergenza idrica, l’uva non è maturata bene. Anche il vino avrà una minore gradazione». Ma, quali sono i prezzi del mercato? E qual è la differenza rispetto alla scorsa vendemmia?

«L’anno scorso - spiega il nostro interlocutore - abbiamo venduto a 35 centesimi al chilo. Quest’anno non c'è proprio mercato. Non è venuto nessuno a chiedere di comprare la mia produzione. Nessuno, capisce? E’ tutto fermo». Non rimane che la trasformazione e la vendita del vino.

«Che non va neanche bene perché abbiamo le cisterne ancora piene del vino dello scorso anno. Come facciamo? Anche la vendita in bottiglia è andata male quest’anno. Dapprima per la storia del Brunello di Montalcino che ha bloccato le vendite negli Stati Uniti; poi il supereuro nei confronti del dollaro ha fatto flettere le vendite in Canada. Così, abbiamo tutta l’uva sulle piante ed una buona parte di vino ancora nella cantina». Spera di vendere tutto in extremis? «Speriamo di sì - conclude Loscalzo.

La speranza è l’ultima a morire». Conferma la situazione di grandissima difficoltà dei vitivinicultori anche Antonio Stasi, presidente del Distretto del Metapontino della Confederazione italiana agricoltori: «Sì, la situazione per l’uva, sia da vino sia da tavola, è drammatica. I prezzi offerti, quando vengono offerti, non coprono neanche i costi della manodopera per la raccolta. E le cantine pagano in modo veramente irrisorio. Molti produttori neanche tagliano l’uva dalle piante. Qualcuno fa il vino per se e per venderlo ma si tratta di fatti familiari non produttivi. Ed anche l’uva Italia, da tavola, è rimasta invenduta. Le varietà apirene, invece, senza semi, hanno un loro mercato e sono state già raccolte». Si tratta di riconvertire le varietà?

«Non è questo il problema. Altrimenti dovremmo riconvertire tutto. Il problema sono i mercati interni ed esteri che non tirano a causa della crisi economica. Si sono abbattuti i consumi e tra questi, quelli della frutta. Le varietà più obsolete, tuttavia, quelle che sono da oltre dieci anni in produzione, andrebbero riconvertite».

Stasi, però, si mantiene cauto sull'ipotesi avanzata dalla Cia di Taranto, sull'esistenza di un “cartello” di compratori privati che tiene bassi i prezzi: «Noi abbiamo produzioni molto più ridotte rispetto al tarantino. La speculazione, tuttavia, c'è. Basti pensare solo ai rincari che avvengono nei vari passaggi dal produttore al consumatore. E’ successo e succede anche che i prezzi di acquisto da parte dei compratori privati sono di molto inferiori a quelli di vendita già sullo stesso campo».

La Gazzetta del Mezzogiorno



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