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Le Procure di Milano e Potenza indagano sull'«oro nero» lucano

23/09/2008



Si indaga sul petrolio lucano. Sono ben due le Procure che, secondo indiscrezioni, hanno avviato attività investigativa partendo da due punti opposti della matassa: da una parte, e siamo all’inchiesta potentina coordinata dal «solito» Henry John Woodcock, si parte dalla materia prima, il petrolio estratto. Dall’altra parte, la Procura di Milano, competente sul «cuore finanziario» dell’esperienza energetica, starebbe svolgendo accertamenti su un enorme flusso di denaro transitato da una società in qualche modo coinvolta nella vicenda estrattiva della Basilicata.

Sebbene le due inchieste siano formalmente e funzionalmente indipendenti, raccontare una senza toccare i temi dell’altra sembra impossibile. Così, è capitato che i «fidatissimi» del pm anglonapoletano, che da mesi sono al lavoro presso gli uffici dello Sco (Servizio Criminalità organizzata) di Roma, abbiano incrociato il filone dell’inchiesta milanese. Allo stesso modo, gli investigatori lombardi si sarebbero imbattuti in fatti e personaggi dell’inchiesta lucana.

Inchiesta lucana che va avanti da anni, in silenzio, ma che ora sembra vicina a un punto di snodo. A condurre l’attività degli investigatori (che hanno fatto centinaia di intercettazioni sia telefoniche che ambientali, anche a bordo di automobili) sarebbe stata in particolare la collaborazione di un cittadino francese. Lui, nei meccanismi del petrolio sarebbe perfettamente inserito, avrebbe infatti lavorato per anni, come consulente, con le compagnie che effettuano le estrazioni.

Per ragioni ancora coperte dal riserbo investigativo, il francese avrebbe iniziato la collaborazione con gli investigatori lucani. Nel corso di questa collaborazione, la misteriosa gola profonda avrebbe parlato di accordi, contatti, intese, passaggi di soldi.

Agli inquirenti il compito di trovare riscontro a questa ed altre piste che, va ribadito, andrebbe ben oltre l’orizzonte della piccola Basilicata.

Anche sullo scenario regionale, in verità, ipotesi da verificare ce ne sarebbero state, ma, per quanto grandi tanto negli scenari che nelle cifre ventilate, si tratterebbe quasi di episodi «marginali» nell’ambito del contesto generale della storia.

Intorno al petrolio, e intorno al controllo delle concessioni di ricerca e di estrazione, girerebbero operazioni da far girare la testa e difficilmente comprensibili ai profani.

Come difficilmente comprensibile risulta come una società titolare di concessioni estrattive (ancora una volta in Basilicata) pagate oltre
10 milioni di euro possa essere rivenduta per 10mila euro a una società i cui azionisti, in contemporanea, investono somme da capogiro in una società finanziaria impegnata in una delle scalate su cui si sono concentrate le inchieste milanesi.

Giri di soldi vorticosi. Come vorticosi sono i giri di denaro transati o sprecati. La Basilicata (la Gazzetta lo ha già segnalato nei mesi scorsi) esporta petrolio in Turchia mentre l’Italia importa petrolio da mezzo mondo. Da Taranto partono navi petroliere per l’Anatolia e agli esportatori arrivano soldi.

Tutt’altra fine, invece, la fa il gas di estrazione della Val d’Agri. Se su questo «tesoro» è stato costruito l’accordo di programma con la Total (la Regione Basilicata otterrà 750milioni di metri cubi di gas, per un valore di circa 250 milioni di euro) del gas della Val D’Agri non c’è traccia se non le fiammelle sui siti di estrazione che lo brucerebbero tutto.

Milioni sprecati (un’altra assurdità) per limitarsi a estrarre quel petrolio del quale i quantitativi vengono dichiarati dalla stessa società che estrae. Una sorta di «rapporto di fiducia» che pare non aver bisogno di chiarezza. Ma ora, invece, chiarezza su tutta questa partita la vogliono due Pm, a Potenza, Woodcock, e a Milano.
Giovanni Rivelli
La Gazzetta del Mezzogiorno



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